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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

salute globale

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne 2017

A cura di SenonoraquandoISS*

 

23 novembre 2017 - In Italia, nel 2016, 149 donne sono state vittime di omicidi volontari e, secondo l’Istat (che ha elaborato i dati del ministero dell’Interno), quasi 3 omicidi su 4 sono stati commessi nell’ambito familiare: 59 donne sono state uccise dal partner, 17 da un ex partner e altre 33 da un parente. Tuttavia, i femminicidi (così definiti in base alla relazione autori/vittima) sono solo la forma più estrema di violenza di genere, termine che designa “qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto tale, o che colpisce le donne in modo sproporzionato”. Infatti, come emerge dal progetto Ccm “Revamp (REpellere Vulnera Ad Mulierem et Puerum) - Controllo e risposta alla violenza su persone vulnerabili: la donna e il bambino, modelli d'intervento nelle reti ospedaliere e nei servizi socio-sanitari in una prospettiva europea”, coordinato dall’Istituto superiore di sanità e dall’Ospedale Galliera di Genova, le conseguenze della violenza sullo stato di salute della donna assumono diversi livelli di gravità, dagli esiti fatali (femminicidio o interruzione di gravidanza) o molto invalidanti, e comprendono i problemi di salute di origine psicologica quali Sindrome da stress post-traumatico, depressione, abuso di sostanze e comportamenti auto-lesivi o suicidari, disturbi alimentari e della vita sessuale.

 

Una questione di definizioni

Per inquadrare il fenomeno è necessario capire il quadro in cui ci si muove. Sino al 2012 in Italia non si parlava di femminicidio: l’assenza di rilevamento dei dati sul fenomeno fu messa in evidenza dal Comitato per l’implementazione della Convenzione per l’eliminazione di ogni discriminazione sulle donne delle Nazioni Unite (Cedaw) nel giugno 2012, che indicava tra le cause del silenzio sui femminicidi il persistere di tendenze socio-culturali che minimizzano o giustificano la violenza domestica e le attitudini a rappresentare donne e uomini in maniera stereotipata e sessista nei media e nell’industria pubblicitaria.

 

Il quadro legislativo ha iniziato a cambiare l’anno dopo anche grazie alla pressione delle componenti della società civile, tra cui le associazioni femminili e femministe. È infatti del 2013 la ratifica della convenzione di Istanbul (redatta nel 2011 e ratificata dal nostro Paese con la legge 77 del 27 giugno 2013), il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla prevenzione e la lotta alla violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. La Convenzione definisce la “violenza nei confronti delle donne” come “una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano, o sono suscettibili di provocare, danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, che nella vita privata”. La Convenzione vincola i Paesi all’adozione di politiche coordinate contro la violenza sulle donne, istituendo uno specifico meccanismo di controllo per la verifica dell’efficace attuazione delle proprie disposizioni. Prevede la raccolta sistematica e disaggregata dei dati sul fenomeno e il sostegno alla ricerca; impone di punire alcuni comportamenti violenti nei confronti delle donne (tra cui lo stalking, la violenza fisica, lo stupro, il matrimonio forzato, le mutilazioni genitali, l’aborto o la sterilizzazione forzati e le molestie sessuali); richiede misure di protezione per le vittime e azioni volte a realizzare la parità tra le donne e gli uomini e l’emancipazione e l’autodeterminazione delle donne.

 

Tuttavia, questo mandato è stato finora attuato solo in parte, con la legge 119 del 2013 (cosiddetto “decreto legge contro il femminicidio”) che, ad oggi, rappresenta l’ultimo provvedimento in materia di contrasto alla violenza di genere del nostro Paese.

 

Il futuro

Nonostante dal 2012 si sia iniziato a parlare di violenza di genere e femminicidi, anche attraverso campagne informative e iniziative, tra cui il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere adottato nel 2015, il numero dei casi di femminicidio e di violenza contro le donne non è diminuito, né è migliorata in maniera significativa la condizione delle donne in Italia, che nell’ambito dell’Unione Europea, continua a registrare indici negativi per quanto riguarda la parità nel lavoro, il sostegno e la suddivisione del lavoro di cura, la presenza nei luoghi di decisione e la rappresentazione mediatica. Nel corso della “Notte dei Ricercatori” (con un poster intitolato “RicercaTRICE: una professione per donne”) il gruppo SenonoraquandoISS ha messo in evidenza il dato allarmante relativo al “soffitto di cristallo” che attende le donne che scelgono di diventare ricercatrici, in particolare nelle discipline scientifiche.

 

La riflessione sul concetto di violenza di genere mette in luce forme di violenza più nascoste, ma altrettanto dannose, quali ad esempio la “violenza ostetrica” e le “molestie sessuali”, il cui contenuto aggressivo viene costantemente minimizzato. La Convenzione di Istanbul indica come indispensabili azioni volte a promuovere i cambiamenti nei comportamenti socio-culturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull'idea dell'inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini. Tali azioni, necessarie già a partire dalla prima infanzia e nella scuola, devono essere messe in atto in tutti i luoghi di relazione e in particolare nei luoghi di lavoro, di ricerca e di cura. Un cambiamento indispensabile è quello nella comunicazione a tutti i livelli, a partire dall’abbandono del linguaggio “sessuato” che privilegia il genere maschile e dall’adozione di modelli di rappresentazione paritaria dei generi, con il riconoscimento dell’uguaglianza anche nella diversità.

 

 

*Maria Cristina Angelici; Paola Bottoni; Barbara Caccia; Paola De Castro; Alessandra Di Pucchio; Simona Gaudi; Anna Maria Giammarioli; Angela Giusti; Eloise Longo; Fiorella Malchiodi Albedi; Rosalba Masciulli; Silvia Negrola; Marina Patriarca; Valeria Patriarca; Antonella Pilozzi; Aldina Venerosi Pesciolini – email: snoq.iss1@gmail.com

 

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