Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Salute sul lavoro

La prevenzione a livello Asl: una panoramica sulla realtà regionale italiana

Alberto Baldasseroni - responsabile operativo del Centro regionale infortuni e malattie professionali (Cerimp) della Regione Toscana

 

Cambiamenti epocali

28 aprile 2014 - L’adozione della legislazione di stampo europeo, a partire dall’inizio degli anni ’90 dello scorso secolo, ha di fatto mutato il significato e la missione dei Servizi di prevenzione nei luoghi di lavoro, nati nel corso dei due precedenti decenni su basi molto differenti. Nel 2008 il Decreto Legislativo 81/2008, approvato il 9 aprile, ha tentato di unificare e riordinare tutte le norme che si erano stratificate su questi temi. Non si è però messo mano a una rivisitazione organica del modello di servizio che avrebbe dovuto offrire contenuti così modificati. Nei fatti una riorganizzazione dei servizi è proceduta in maniera sparsa, varia da Regione a Regione, anche perché l’ottenuta autonomia regionale su questi aspetti, (Modifica al Titolo V della Costituzione, approvata in extremis a cavallo tra la fine della XIII legislatura e l’inizio della XIV, nell’ottobre del 2001) ha favorito una differenziazione tra le diverse realtà locali.

 

Alla luce di tutto ciò, è difficile fornire un quadro valido su base nazionale, anche se si possono evidenziare alcuni aspetti salienti, coscienti però di non poter generalizzare.

 

Il quadro attuale

Nei servizi dei Dipartimenti di prevenzione si è sempre più caratterizzata la funzione di vigilanza e ispezione per il controllo e la verifica del “rispetto delle regole di legge”. Su questo piano, esiste una certa omogeneità a livello nazionale. Protagonisti di queste funzioni, più o meno integrate con le altre del servizio, sono stati i tecnici della prevenzione, figure professionali nuove, nate a partire dall’inizio del nuovo secolo attraverso un iter formativo universitario autonomo. Attualmente i tecnici della prevenzione rappresentano la componente più giovane e attiva del personale dei Servizi di prevenzione nei Dipartimenti di prevenzione e, in prospettiva, sono destinati a svolgere ruoli e responsabilità sempre più rilevanti, anche nell’ambito dei Servizi preposti all’igiene e alla sicurezza nei luoghi di lavoro. A meglio caratterizzare le funzioni di vigilanza e ispezione ha contribuito anche lo stretto rapporto con la Magistratura che, nel corso degli ultimi decenni, ha utilizzato gli operatori dei Servizi come Ufficiali di Polizia Giudiziaria nel corso di indagini per l’accertamento di comportamenti colposi o dolosi attuati in violazione di norme di sicurezza e d’igiene. In alcune realtà territoriali questo rapporto ha finito per condizionare tutta l’attività dei Servizi, orientandola completamente verso queste sole funzioni.

 

Un altro campo nel quale è stata raggiunta una certa omogeneità a livello nazionale ha riguardato l’adozione di alcuni Piani nazionali, finalizzati a problemi comuni e seguiti a livello centrale da “cabine di regia” ben attrezzate e condotte. Per esempio, i Piani nazionali per l’edilizia e per l’agricoltura hanno ottenuto buoni risultati sia in termini di miglioramenti dei luoghi di lavoro coinvolti, sia in quelli di conoscenza e programmazione degli interventi stessi. Oggi si può ben dire che il settore dell’edilizia (da sempre considerato ad alto rischio per la salute e la sicurezza e difficile da controllare perché caratterizzato da cantieri temporanei e mobili), è sotto controllo e le attività di prevenzione che su di esso incidono vengono programmate su basi razionali e verificabili. I risultati non tarderanno a manifestarsi. Lo stesso vale anche per l’agricoltura, settore ancor più complesso da un punto di vista operativo, ma anche questo sulla strada di una migliore controllabilità.  

 

Non altrettanto si può dire di altre attività pur svolte da molti dei Servizi di prevenzione, quali quelle di educazione alla salute o di formazione degli addetti, o ancora di prevenzione programmata in comparti più tradizionali, di fabbrica. Anche le iniziative di promozione della salute appaiono per ora episodiche, non coordinate tra loro, svolte più per iniziativa di singoli operatori più sensibili, che per programmi pianificati a livello centrale ed eseguiti in maniera omogenea, verificabile. Il quadro, comunque, su questi temi è molto più frastagliato ed esistono anche esperienze pilota in alcune Regioni che meritano di essere sottolineate.

 

Conclusioni

Molto rimane da dire sulle attività dei Servizi di prevenzione nei luoghi di lavoro delle Asl. Ogni gruppo di operatori svolge sia attività su richiesta che su autonoma programmazione. Tuttavia la capacità di documentare questa attività è insufficiente. Né i resoconti riassuntivi attualmente disponibili (vedi per esempio il documento “Attività delle regioni e delle province autonome per la prevenzione nei luoghi di lavoro. Anno 2011” (pdf 7,9 Mb) pubblicato dalla Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome) sono sufficienti a darne conto. Gli esempi dei Piani nazionali di edilizia e agricoltura, realizzati con il supporto del Centro nazionale per la prevenzione e il controllo della salute (Ccm), indicano una possibile via da percorrere per migliorare questa situazione. È auspicabile che se ne voglia tener conto.