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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Salute sul lavoro

Ilo: le nuove discriminazioni sul lavoro, sanitarie e genetiche

Il rapporto “Equality at work: Tackling the challenges” (pdf 1,7 Mb), a cura dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) analizza lo stato attuale delle disuguaglianze e discriminazioni sul lavoro. Oltre a quelle tipiche (etniche, religiose, sociali e sessuali) l’Ilo esamina le discriminazioni, riconosciute da poco, legate alla sfera sanitaria, in particolare quelle basate sulla disabilità e sulla sieropositività per il virus Hiv. Infine, fra le discriminazioni emergenti vengono segnalate quelle genetiche o legate alle abitudini di vita.

 

I disabili, fisici o mentali, sono in tutto il mondo circa 650 milioni, pari al 10% della popolazione mondiale. Di questi, 470 milioni sono in età lavorativa.

La situazione più preoccupante si verifica nei Paesi in via di sviluppo, dove vive l’80% dei disabili, e dove le discriminazioni si sommano a quelle di genere: in Brasile le donne disabili hanno un tasso di occupazione inferiore ai disabili maschi, e la stessa differenza è presente in Medio Oriente e nell’Africa del Nord.

 

Anche nei Paesi sviluppati, però, il timore che un disabile possa essere meno produttivo porta molte aziende a discriminarli. In Europa, la probabilità di trovare un lavoro per una persona fra i 16 e i 64 anni è del 66%, ma scende al 47% in caso di moderata disabilità e al 25% se la disabilità è grave. In Francia, un’indagine ha dimostrato che fra chi ha segnalato la propria disabilità sul suo curriculum, meno del 2% ha ricevuto risposta.

 

Sieropositività e stigma

In tutto il mondo sono circa 40 milioni le persone contagiate dal virus dell’Hiv, di cui il 95% nei paesi in via di sviluppo, soprattutto nell’Africa subsahariana. Il 90% dei sieropositivi sono impegnati in qualche attività economica, e la maggior parte di loro rientra nella fascia d’età fra i 15 e i 49 anni, la più produttiva.

 

I dati sulle discriminazioni, secondo il rapporto, sono però di difficile interpretazione, perché lo stigma sociale legato alla malattia è un fenomeno complesso e difficile da misurare. Riguardano vari aspetti della vita, fra cui quello lavorativo: secondo un’indagine condotta in Asia nel 2004, nelle Filippine il 21% dei sieropositivi ha subito discriminazioni sul luogo di lavoro, il 15% in Indonesia, il 12% in India e il 7% in Thailandia.

 

Nel 2006, 73 Paesi avevano specifiche norme contro le discriminazioni verso i sieropositivi, che però sono presenti lo stesso nonostante la protezione della legge. Secondo il rapporto, quindi, per migliorare la situazione non ci si può limitare alle iniziative legislative: servono interventi mirati a cambiare l’atteggiamento verso i lavoratori sieropositivi da parte dei colleghi.

 

Discriminazioni genetiche

Fra le cause emergenti di discriminazione sul lavoro, il rapporto dell’Ilo segnala quelle genetiche: i progressi tecnologici hanno reso sempre più facile ottenere informazioni sui dati genetici dei lavoratori, e questo ha portato a diversi casi di discriminazioni in seguito all’accertamento di malattie genetiche nella storia familiare, o al rifiuto di sottoporsi a test genetici.

 

Diversi Paesi (Finlandia, Danimarca, Svezia e Francia) hanno proibito la discriminazione genetica, mentre altri (Italia, Austria, Grecia, Paesi Bassi e Lussemburgo) hanno vietato o limitato la raccolta di dati genetici dei lavoratori senza il loro assenso. Negli Stati Uniti, nel 2005 il Senato ha votato all’unanimità una legge per proibire l’uso improprio delle informazioni genetiche sul lavoro o per le assicurazioni. In vari Paesi misure di questo tipo sono state decise dai sindacati, o anche dai regolamenti interni delle stesse aziende.

 

E gli stili di vita?

In generale, le condizioni di salute sono un fattore sempre più importante per ottenere o mantenere un posto di lavoro: essere sovrappeso, soffrire di ipertensione e fumare possono costituire altrettanti svantaggi. Negli Stati Uniti molte aziende non assumono fumatori, e penalizzano gli ex fumatori con costi maggiori per le assicurazioni sanitarie.

Questa tendenza ha preso piede anche a livello internazionale: nel dicembre 2005 l’Oms ha annunciato di non assumere più fumatori, a meno che non dichiarino di voler smettere. In Nuova Zelanda, la Commissione per i diritti umani e il Dipartimento del lavoro hanno stabilito che rifiutare di assumere fumatori non è illegittimo.

 

Il dibattito è aperto: da un lato queste misure sono viste come una protezione nei confronti degli altri lavoratori e come strumenti che possono contribuire a far diminuire il numero di fumatori; dall’altro lato alcuni sindacati, fra cui in Italia la Cgil, hanno espresso la preoccupazione che discriminazioni di questo tipo contro i fumatori possano aprire la strada ad altre forme di discriminazione.

 

Scarica il rapporto completo (pdf 1,7 Mb).