Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

campi elettromagnetici

Aspetti epidemiologici

Effetti sanitari: tra studi epidemiologici e medici

Le onde elettromagnetiche di differenti frequenze interagiscono in diversi modi con i sistemi biologici, come piante, animali o esseri umani. Gli effetti biologici, strettamente dipendenti dalla frequenza, variano a seconda del parametro preso in considerazione e del bersaglio. In particolare gli studi distinguono tra effetti termici, dove il bersaglio è l’intero corpo o un singolo organo e il parametro studiato è la potenza assorbita per unità di massa, ed effetti specifici, quelli che si studiano a livello cellulare o molecolare.
Malgrado i numerosi studi compiuti, mentre i meccanismi riguardanti gli effetti termici sono stati ampiamente compresi, i fenomeni relativi agli effetti specifici non sono ancora completamente chiariti. Non è quindi tuttora possibile, secondo la OMS, definire con certezza tutti i possibili effetti biologici dei campi elettromagnetici. Per questo motivo, la stessa Oms, l’Unione Europea e numerose organizzazioni internazionali continuano a promuovere studi specifici e comparativi. Tuttavia, i dati resi disponibili negli ultimi anni tendono a ridimensionare le ipotesi di rischio sia sull’effettiva possibilità di sviluppare una patologia in seguito a un’esposizione a campo RF, sia per l’eventuale entità del danno causato.
L'esposizione a campi RF può causare riscaldamento o indurre correnti elettriche nei tessuti corporei. Il riscaldamento costituisce la principale interazione dei campi RF ad alta frequenza al di sopra di circa 1 MHz. Al di sotto di questa soglia, l'azione dominante dell'esposizione a RF è l'induzione di correnti elettriche nel corpo. Data la correlazione tra effetto biologico e frequenza dell’emissione, è opportuno distinguere i seguenti casi:

Campi elettrici e magnetici a frequenze estremamente basse (ELF – emissioni sui 50-60 Hz fino ai 300 Hz)

L'esposizione di esseri umani a campi ELF è soprattutto associata alla produzione, alla trasmissione e all'uso dell'energia elettrica (linee di alta tensione, ma anche apparecchi domestici e qualche apparato industriale). L'azione fondamentale di questi campi sui sistemi biologici è l'induzione di cariche e correnti elettriche. Quasi nulla del campo elettrico penetra all'interno del corpo umano. A intensità molto elevate, i campi elettrici possono essere percepiti attraverso la vibrazione dei peli cutanei.

Un gruppo di esperti della IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, ha stabilito nel 2001, dopo aver analizzato la letteratura più recente, che questi campi sono “possibilmente cancerogeni”, un giudizio che ridimensiona quello precedentemente espresso dall’Istituto Superiore di Sanità nel 1995, che li giudicava “potenzialmente cancerogeni.”

A supporto di questa definizione, un’analisi aggregata dei dati di nove indagini epidemiologiche pubblicata sul British Journal of Cancer (Ahlbom et al., 2000.), confermata anche da una serie di studi su animali, che non sembra indicare alcun aumento di rischio di sviluppo di tumori. Sull’argomento, un fact sheet dell’Oms, disponibile anche in italiano.
Secondo un documento preparato da Paolo Vecchia, dell’Iss e neopresidente della Commissione internazionale per la protezione dalle radiazioni non ionizzanti, è importante evidenziare che la cautela utilizzata dagli epidemiologi è dovuta anche all’assenza di un supporto biologico all’ipotesi di cancerogenicità. Sarebbe infatti necessario, per sostenere tale ipotesi, poter dimostrare una relazione causa effetto tra esposizione e sviluppo della malattia e individuare i meccanismi di azione e le risposte biologiche connesse alla cancerogenesi.

 

Altri campi RF

Gli altri campi RF e i loro effetti si possono classificare a loro volta in tre sottocategorie a seconda del livello di esposizione. In tutti questi casi, l’interazione con i tessuti biologici avviene soprattutto per mezzo di un riscaldamento generale o localizzato del corpo e/o dei suoi organi. Gli effetti sanitari conseguenti si possono quindi definire “effetti termici”. Sono oggi disponibili numerosi studi sugli effetti termici, che evidenziano la correlazione tra la frequenza del campo elettromagnetico e l’entità dell’effetto subito, che si manifesta solo al di sopra di una certa frequenza. E’ stato quindi possibile definire limiti di esposizione anche molto cautelativi per la garanzia della salute della popolazione e dei lavoratori. Anche in questo caso, è disponibile un fact sheet dell’Oms in italiano.

Si possono distinguere tre situazioni determinate da una diversa frequenza:

1.     Campi al di sotto di 1 MHz: non producono un riscaldamento significativo ma  inducono piuttosto correnti e campi elettrici nei tessuti. Le numerose reazioni chimiche dei processi vitali sono associate a normali correnti "di fondo" di circa 10 mA/m2. E’ necessario arrivare a densità di corrente indotta maggiore di 100 mA/m2 per interferire con il normale funzionamento del corpo e provocare contrazioni muscolari involontarie.

2.     Campi tra 1 MHz e 10 GHz: penetrano nei tessuti esposti e producono calore a seguito dell'assorbimento di energia in questi tessuti. La profondità di penetrazione dipende dalla frequenza del campo ed è maggiore alle frequenze più basse. L'assorbimento di energia è misurato come tasso di assorbimento specifico (SAR, espresso in watt al chilogrammo) entro una data massa di tessuto. Per provocare danni come cataratte oculari e ustioni della pelle, ci vuole un SAR di almeno 4 W/kg che si riscontra solo a decine di metri di distanza da potenti antenne FM, normalmente isolate e inaccessibili. Eventuali danni da riscaldamento indotto provocano risposte fisiologiche e risposte legate alla termoregolazione, compresa una ridotta capacità di svolgere attività mentali o fisiche quando la temperatura del corpo aumenta.

3.     Campi superiori a 10 GHz: sono assorbiti dalla superficie della pelle, e pochissima energia penetra nei tessuti sottostanti. Perché ci siano danni come ustioni o cataratte oculari, ci vuole un’esposizione a livelli simili a quelli che si hanno nelle immediate vicinanze di un radar di potenza (la normativa impedisce la presenza dell’uomo in queste aree) ma che non si riscontrano nella vita quotidiana.

Secondo l’OMS, la maggior parte degli studi condotti a frequenze superiore a 1 MHz hanno analizzato i risultati di esposizioni acute ad alti livelli di campi RF, cioè ad esposizioni che non si riscontrano nella vita quotidiana.

I dati della maggioranza delle ricerche promosse dalle organizzazioni internazionali indicano, secondo il documento di Paolo Vecchia, che non ci sono evidenze per definire i campi ad alta frequenza mutageni o teratogeni. Rimangono però ancora alcuni problemi da risolvere:

  • Le indagini epidemiologiche disponibili sono meno numerose rispetto a quelle sui campi ELF, ma soprattutto si riferiscono a sorgenti che differiscono notevolmente e quindi non sono confrontabili.

  • Un altro problema è quello dello studio degli effetti di una esposizione cronica a basso livello di radiazione. Data la dipendenza degli effetti dalla frequenza della radiazione, non è possibile infatti estrapolare a questo caso i risultati degli studi effettuati con le basse radiazioni.

 

I telefoni mobili e le loro stazioni radio base

E’ disponibile un promemoria, preparato dall’OMS, su questo argomento aggiornato alla luce di recenti revisioni critiche degli effetti dell'esposizione ai campi a radiofrequenza sugli esseri umani.


Nel caso delle telefonia mobile, i campi a radiofrequenza penetrano nei tessuti esposti a profondità fino a un centimetro. La maggior parte degli studi sulle radiofrequenze ha esaminato le conseguenze dell'esposizione a breve termine del corpo intero a campi di livello molto più elevato di quelli normalmente associati alle comunicazioni mobili. L’arrivo dei telefonini ha messo in evidenza la scarsità di studi concentrati sull'esposizione localizzata della testa ai campi a radiofrequenza.

Secondo l’Oms, i risultati più recenti indicano che gli effetti del’esposizione sono minimi e comunque non inducono gravi patologie, come di seguito indicato:

  • Cancro: l'evidenza scientifica attuale indica che l'esposizione a campi a radiofrequenza quali quelli emessi dai telefoni cellulari e dalle stazioni radio base non inducono o favoriscono, verosimilmente, il cancro.

  • Altri rischi sanitari: alcuni scienziati hanno riportato altri effetti legati all'impiego dei telefoni mobili, tra cui cambiamenti nell'attività cerebrale, nei tempi di reazione e nell'andamento del sonno. Questi effetti sono minimi e non sembrano avere alcun impatto sanitario significativo.

  • Interferenza elettromagnetica: quando i telefoni cellulari sono utilizzati in prossimità di dispositivi medicali (tra cui pacemaker, defibrillatori impiantabili e certi apparecchi acustici) è possibile che si provochino interferenze.

Tre importanti studi recentemente pubblicati indicano l’assenza di qualunque aumento di tumore in relazione a qualunque indice di esposizione utilizzato. Anche l’Oms sostiene che “una revisione dei dati scientifici svolta dall’Oms nell’ambito del progetto CEM (vedi Progetti in corso) ha concluso che, sulla base della letteratura attuale, non c’è nessuna evidenza convincente che l’esposizione a campi elettromagnetici a radiofrequenza abbrevi la durata della vita umana, né che induca o favorisca il cancro.”


 

trova dati