La febbre Congo-Crimea (Congo-Crimea haemorrhagic fever, Cchf) è una febbre virale emorragica provocata da un virus del genere Nairovirus che si trasmette per lo più attraverso la puntura di zecche infette.
La malattia fu descritta per la prima volta nel 1944 tra i contadini e i soldati della Crimea, ma solo nel 1969 si scoprì che il virus era uguale a quello identificato in un bambino del Congo nel 1956: è questo il motivo del nome di febbre Congo-Crimea.
La malattia nell’uomo è piuttosto grave e ha un elevata letalità, ma la sua incidenza è limitata. Tra gli animali, invece, può avere una diffusione più ampia.
La febbre di Congo-Crimea è causata da un virus del genere Nairovirus, appartenente alla famiglia dei Bunyaviridae. Vettori e serbatoi del virus sono le zecche, soprattutto le specie appartenenti al genere Hyalomma, normalmente diffuse tra gli animali d’allevamento. La zecca è invece immune alla malattia e, una volta infettata, rimane tale attraverso tutti i suoi diversi stadi di sviluppo.
L’infezione può avvenire anche da zecca a zecca attraverso la via transovarica e per via venerea. Le larve sono spesso ospitate da piccoli mammiferi (topi, ricci, pipistrelli, lepri), mentre gli adulti parassitano di solito animali più grandi (bovini, ovini, caprini).
La trasmissione all’uomo avviene soprattutto tramite la puntura di zecche infette, ma può essere provocata anche dal contatto diretto con tessuti, sangue o altri fluidi corporei provenienti da animali o uomini infetti. Più a rischio sono quindi gli operatori del settore zootecnico: allevatori, macellatori, veterinari.
Sintomi e progressione della malattia
La progressione della febbre Congo-Crimea presenta una sintomatologia molto variabile. La durata del periodo di incubazione varia a seconda della modalità di contagio: dopo la puntura di zecca è generalmente compresa tra 1 e 3 giorni (fino a un massimo di 9 giorni), mentre dopo il contatto con sangue o tessuti infetti è compresa tra 5 e 6 giorni (fino a un massimo di 13).
L’inizio della sintomatologia è improvviso, con febbre, forti mal di testa, rigidità muscolare, brividi, irritabilità, vertigini, dolori al collo, dolori articolari, dolori lombari e mancanza di appetito. Occasionalmente possono manifestarsi anche nausea, dolori addominali, diarrea e fegato ingrossato. Dal secondo al quarto giorno compaiono stanchezza, depressione, sonnolenza, arrossamenti al viso e al petto, rash petecchiale che inizia dal petto e poi ricopre tutto il corpo, congiuntiviti, esantemi emorragici sul palato molle e sulla faringe. Verso il quarto o il quinto giorno si manifestano emorragie dalle gengive, dal naso, dai polmoni, dall’utero e dall’intestino, ematemesi, ematuria, grandi ematomi ed ecchimosi, soprattutto nelle fosse antecubitali, sulle braccia, sotto le ascelle e all’inguine.
Nei casi gravi, dopo il quinto giorno, il paziente può manifestare insufficienza epatorenale e polmonare.
Il tasso di mortalità è circa del 30%, e il decesso avviene solitamente tra il quinto e il quattordicesimo giorno di malattia. I pazienti che guariscono iniziano a migliorare attorno alla nona o decima giornata dall’inizio dei sintomi e necessitano di una lunga convalescenza.
Gli animali, anche quelli viremici, sono invece generalmente asintomatici.
La diagnosi della febbre di Congo-Crimea comprende una serie di esami, tra cui un’anamnesi che tenga in considerazione i recenti viaggi del paziente, una visita medica e l’analisi di campioni di sangue e tessuti in laboratori specializzati. Gli anticorpi possono essere identificati nel siero dopo circa 6 giorni di malattia, mentre nei primi 5 giorni il virus può essere isolato nel sangue o nei campioni di tessuto.
I pazienti che hanno una forma letale della malattia generalmente non sviluppano una risposta anticorpale rilevabile. In questi individui e in quelli ai primi stadi di infezione la diagnosi avviene perciò tramite l’isolamento del virus. L’isolamento può avvenire con due procedure: una veloce e una sensibile. La prima (di durata compresa fra 1 e 5 giorni) avviene tramite la coltura cellulare di una sospensione di sangue o tessuti seguita da immunofluorescenza: è più veloce, ma è in grado di rilevare solo grandi concentrazioni del virus. La procedura sensibile prevede invece l’inoculazione intracerebrale del virus in topi e dura dai 6 ai 9 giorni.
Gli antigeni virali possono essere catturati tramite il test Elisa (Enzyme-Linked Immunoabsorbent Assay) sia nei campioni di sangue di pazienti con un’intensa viremia, sia in sospensioni epatiche. Gli acidi nucleici si rilevano nel siero e negli omogenati epatici, mentre gli anticorpi possono essere rilevati tramite immunofluorescenza indiretta o tramite Elisa.
Non esiste una terapia per la guarigione. Le cure mirano a ridurre i sintomi e nei casi più gravi a supportare le funzioni vitali dell’organismo. I trattamenti includono il ricovero in ospedale, l’isolamento del paziente e uno stretto controllo dell’infezione per evitare la diffusione della malattia.
La somministrazione intravenosa di un antivirale (ribavirina) per circa 10 giorni può ridurre il rischio di decesso se assunta entro i primi 6 giorni dal morso della zecca. Importanti sono anche la somministrazione di antidolorifici e di medicinali contro la febbre e la nausea, l’integrazione di fluidi e di elettroliti e la trasfusione di sangue.
Non esiste un vaccino sicuro ed efficace contro la febbre Congo-Crimea, anche se un vaccino inattivato è stato utilizzato in passato nell’Europa orientale e nei Paesi dell’ex Unione Sovietica.
Pertanto per controllare la febbre Congo-Crimea la prevenzione primaria è fondamentale. Le persone a rischio professionale dovrebbero proteggersi dalle zecche attraverso l’uso di repellenti per gli insetti sulla pelle esposta e sui vestiti. Per evitare il contatto con il sangue o i tessuti di animali infetti, dovrebbero essere indossati guanti e vestiti protettivi. A scopo precauzionale gli abitanti delle aree endemiche devono utilizzare repellenti, controllare l’eventuale presenza di zecche sulla pelle o tra i vestiti ed evitare di recarsi nelle aree geografiche più a rischio durante il periodo attivo delle zecche (dalla primavera all’autunno).
Le persone che viaggiano nelle aree endemiche devono seguire una serie di accorgimenti: indossare vestiti lunghi e chiari che proteggano e che permettano di individuare più facilmente le zecche, usare repellenti per gli insetti sulla pelle e sui vestiti, ispezionare il corpo dopo una possibile esposizione ed evitare di toccare animali senza un’adeguata protezione (guanti, vestiti appositi).
Rimozione della zecca
Le eventuali zecche sulla pelle devono essere rimosse immediatamente: vanno asportate tramite pinzette o forcipe, afferrate per la parte anteriore vicino alla testa ed estratte delicatamente ma con mano ferma, per evitare di frammentarne il corpo e in particolare evitando di lasciare frammenti di bocca nella pelle. L’area del corpo interessata va poi lavata con acqua e sapone, disinfettata e tenuta sotto controllo per 30-40 giorni. In caso di comparsa di arrossamenti o altri segnali consultare il medico.
Cosa fare
Cosa non fare