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argomenti di salute
Epatite virale
Aspetti epidemiologici

In Italia

 

A cura del gruppo di coordinamento Seieva (Cnesps-Iss)

 

28 luglio 2016 - In Italia, negli ultimi decenni, si è assistito a un profondo mutamento dell’epidemiologia delle epatiti virali, per il contribuito di diversi determinanti. In particolare: le migliorate condizioni igieniche e socio-economiche; la riduzione della dimensione dei nuclei familiari e quindi della circolazione intra-familiare dei virus; una maggiore conoscenza e consapevolezza del rischio di trasmissione, anche grazie alle campagne informative sull’Hiv (le cui modalità di trasmissione sono comuni ai virus Hbv e Hcv); l’introduzione di importanti misure di prevenzione quali lo screening dei donatori di sangue e durante la gravidanza, la profilassi nei nati da madri HBsAg positive; l’adozione di precauzioni universali in ambito sanitario.

 

Attraverso il Seieva (Sistema epidemiologico integrato dell’epatite virale acuta), è stato possibile documentare quest’evoluzione e continuare a monitorare lo scenario epidemiologico. In particolare, negli ultimi 30 anni si è assistito a un calo progressivo dell’incidenza dell’epatite A e, ancor di più, delle epatiti B, C e Delta. Si sta invece configurando come malattia emergente, l’infezione da epatite E, per la quale si registra un aumento del numero di casi autoctoni (non legati a viaggi in aree endemiche).

 

La figura 1 mostra i tassi di incidenza per 100.000 abitanti delle epatiti A, B e C, per anno.

 

Il Seieva è stato implementato nel 1985 a cura del reparto di Epidemiologia clinica e linee guida del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute (Cnesps), dell’Istituto superiore di sanità (Iss), a integrazione della sorveglianza routinaria affidata al Sistema informativo delle malattie infettive del ministero della Salute, al fine di una più approfondita conoscenza dell’epidemiologia dell’epatite virale a livello nazionale.

 

Nell’ambito del Seieva, infatti, l’integrazione delle informazioni raccolte con i questionari epidemiologici, con i risultati delle analisi virologiche, permette la stima dell’incidenza di malattia e del contributo relativo dei diversi fattori di rischio. Ciò consente inoltre la definizione delle misure preventive alle quali dare priorità e il monitoraggio degli effetti dei diversi programmi di prevenzione. Il Seieva si basa sulla stretta e continua collaborazione tra l’Iss e le Asl partecipanti. L’adesione è su base volontaria; attualmente, partecipano 151 Asl, cui afferisce più del 78% della popolazione nazionale.

 

Figura 1. Tassi di incidenza per 100.000 abitanti delle epatiti virali acute, per anno; Seieva 1985-2015

 

*Fino al 2008, Epatite NonA-NonB

 

Epatite A

Negli ultimi decenni I miglioramenti nelle condizioni igieniche e socio-economiche hanno contribuito a una forte diminuzione della circolazione del virus Hav in Italia, che oggi si configura come un Paese a endemicità medio-bassa per epatite A. Ad eccezione, infatti, delle epidemie associate al consumo di frutti di mare crudi, verificatesi negli anni 1992, 1994 e 1997 in alcune Regioni dell’Italia meridionale, l’incidenza ha mostrato nel tempo un andamento in diminuzione, seppure non costante, scendendo sotto la soglia di 1 caso per 100.000 abitanti dal 2011 (figura 1). Nel 2013 si è verificata una nuova epidemia di epatite A legata al consumo di frutti di bosco congelati, che ha colpito tutto il territorio nazionale e in particolare alcune Regioni del Nord e del Centro Italia, con un’incidenza su base annua di 2,5 casi per 100.000. Nel 2015 l’incidenza annuale, stimata attraverso i dati Seieva, è stata di 0,6 casi per 100.000 (figura 1), le classi di età più colpite sono state quelle al di sotto di 25 anni (0,9 casi per 100.000 per la classe di età 0-14 anni; 0,9 per la classe 15-24 anni; 0,5 per la classe di età ≥25 anni).

 

L’esposizione al virus Hav è oggi meno comune per i bambini rispetto al passato. I soggetti giovani-adulti e adulti sono maggiormente suscettibili all’infezione e presentano più spesso forme sintomatiche e di maggiore gravità, soprattutto se già colpiti da un’epatopatia. La trasmissione avviene prevalentemente per via oro-fecale, attraverso il consumo di cibi (frutti di mare crudi o non sufficientemente cotti, frutti di bosco, verdure) o acqua contaminati o per contatto con persone infette. Negli ultimi anni è stata descritta anche la trasmissione per via sessuale. Un altro importante fattore di rischio è rappresentato dai viaggi in aree ad alta endemia, nel 2015 riportato dal 40% dei casi segnalati al Seieva.

 

Epatite B

Le epatiti da Hbv, come le altre a trasmissione ematica quali epatiti C e Delta, hanno mostrato un’importante e costante riduzione dell’incidenza negli ultimi decenni. Dal 2009 i tassi stimati attraverso il Seieva sono stati stabili intorno a 1 caso per 100.000 abitanti; nel 2015, si è registrato nuovamente un decremento fino a 0,6 casi per 100.000 (0,1 casi per 100.000 per la fascia d’età 0-14 anni; 0,3 per la fascia d’età 15-24 anni; 0,8 per la fascia d’età ≥ 25 anni) (figura 1). L’esistenza di un ulteriore reale trend in diminuzione andrà tuttavia verificato nei prossimi anni. I soggetti maggiormente a rischio di contrarre l’epatite B sono quelli si età compresa tra i35 e i 54 anni, con un’incidenza di 1,4 casi per 100.000, anche se si è assistito ad un calo dell’incidenza anche in questo gruppo di popolazione.

 

L’andamento complessivo negli anni dal 1985 al 2015 mostra che il più drastico decremento è avvenuto a partire dal 1991 in seguito all’introduzione della vaccinazione universale obbligatoria per tutti i nuovi nati e per i dodicenni. La diminuzione di incidenza ha interessato in particolar modo i soggetti d’età 15-24 anni, (verosimilmente grazie alla vaccinazione nei dodicenni). Oggi i soggetti che sviluppano epatite B sono soprattutto maschi (75,3%) fra i 35 e i 54 anni (63,8%). Le più forti associazioni con le infezioni acute da virus Hbv si riscontrano per esposizione percutanea in corso di trattamenti cosmetici, terapie odontoiatriche e rapporti sessuali non protetti. Negli ultimi 5 anni il 19% delle infezioni acute da Hbv in Italia ha riguardato soggetti di nazionalità non italiana, provenienti da aree ad alta endemia per Hbv, in particolare dall’Europa orientale (9% del totale dei casi di epatite B acuta notificati al Seieva) e dall’Africa (4,9% dei casi).

 

Epatite C

Dopo una decisa flessione registrata dal Seieva nei primi dieci anni di sorveglianza, l’incidenza di epatite C acuta ha continuato a decrescere, stabilizzandosi su tassi tra 0,2 e 0,3 casi per 100.000 abitanti, a partire dal 2009. Nel 2015 l’incidenza è stata pari a 0,2 per 100.000 (0,0 casi per 100.000 abitanti per la fascia d’età 0-14 anni; 0,1 per la fascia d’età 15-24 e 0,2 per chi ha età ≥25 anni) (figura 1). Anche per l’epatite C la diminuzione di incidenza ha interessato in particolar modo i soggetti d’età compresa fra i 15 e i 24 anni (verosimilmente per cambiamenti comportamentali da parte dei tossicodipendenti). L’età dei nuovi casi è in aumento, e già da tre anni la fascia di età maggiormente colpita è stata quella 35-54 anni. Inoltre, negli ultimi anni il rapporto maschi/femmine è andato diminuendo anche se nel 2015 gli uomini risultano ancora i più colpiti (il 57% dei casi è di sesso maschile). I maggiori fattori di rischio riportati sono: i rapporti sessuali non protetti, gli interventi chirurgici, l’esposizione percutanea in corso di trattamenti cosmetici e l’uso di droghe per via endovenosa.

 

Epatite Delta

L’epatite Delta può svilupparsi soltanto in soggetti affetti da Epatite B, pertanto i casi di epatite acuta Delta si identificano come HBsAg +, IgM anti-Hdv + e IgM anti-Hav negativi. Il virus Hdv infatti, non è in grado di infettare una cellula da solo e richiede la contemporanea presenza dell’infezione del Hbv come coinfezione o superinfezione di portatori cronici di HBsAg, condizione quest’ultima associata solitamente a una più rapida progressione verso la cirrosi e a un più alto rischio di insufficienza epatica e di insorgenza di epatocarcinoma.

 

Fatta eccezione per tre picchi d’incidenza registrati negli anni 1990, 1993 e 1997, dovuti principalmente a epidemie verificate tra tossicodipendenti, negli ultimi 30 anni in Italia l’incidenza dell’epatite Delta è progressivamente diminuita. A ciò ha contribuito indirettamente la vaccinazione contro l’epatite B, e gli stessi altri fattori che hanno contribuito alla diminuzione di incidenza di epatite B. Nel 2012 e nel 2014 l’incidenza è stata 0,1 casi per 1.000.000 abitanti, nel 2013 non sono stati segnalati casi. Nel 2015 è stato notificato al Seieva un solo caso di epatite acuta delta, in una donna di 50 anni che non ha riportato nessun dei fattori di rischio noti.

 

Dal 2009 non sono stati più segnalati casi in tossicodipendenti, gruppo di soggetti a maggior rischio di contrarre l’epatite Delta negli anni precedenti.

 

Epatite E

Solo a partire dal 2007, è possibile la notifica differenziata dei casi acuti di epatite E al Seieva. Nel periodo 2007-2015 sono stati notificati 195 casi di epatite E acuta, soprattutto in soggetti d’età 35-54 anni e ≥55 anni, di sesso maschile (82%). Il 40% dei casi riguarda soggetti stranieri (soprattutto provenienti da Paesi ad alta endemia quali Bangladesh, India e Pakistan). L’infezione è spesso asintomatica e generalmente autolimitante, anche se sono riportati rari casi di cronicizzazione a carico soprattutto di soggetti immunocompromessi (2 casi fulminanti e 2 decessi riportati al Seieva). Il decorso clinico può essere particolarmente severo nelle donne in gravidanza (in particolar modo durante il terzo trimestre), con una letalità che può raggiungere il 20%. Non sono segnalate donne i gravidanza tra i casi di epatite E acuta segnalati al Seieva.

 

Ancora oggi i maggiori fattori di rischio, secondo i dati Seieva, sono il consumo di frutti di mare crudi o poco cotti e i viaggi in aree endemiche, sebbene anche in Italia, come in altri Paesi industrializzati, stiano aumentando i casi autoctoni. La maggior parte di questi è attribuibile al virus Hev genotipo 3 che ha un’alta prevalenza anche in alcuni animali, principalmente i maiali. Nel periodo 2012-2015, all’interno di una sorveglianza speciale dell’epatite E in Italia, è risultato che il 72,5% dei casi notificati riportava consumo di carne di maiale.

 

La stretta omologia genetica tra ceppi Hev umani e ceppi Hev infettanti gli animali (i maiali in particolare), riscontrata in diversi studi, fa riconoscere l’epatite E come possibile zoonosi la cui trasmissione potrebbe avvenire per un’esposizione occupazionale (allevatori di maiali, veterinari, lavoratori in industrie che preparano prodotti alimentari a base di carne di maiale) attraverso il contatto diretto con secreti, escreti o organi contaminati con materiale fecale contenente il virus, o attraverso l’ingestione di prodotti alimentari contaminati a base di carne di maiale, consumati crudi o poco cotti.

 

Risorse utili

 


Ultimo aggiornamento mercoledi 30 novembre 2016