Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

home > malattie infettive > epatite virale > Aspetti epidemiologici...
argomenti di salute
epatite virale
Aspetti epidemiologici

In Italia

 

A cura del gruppo di coordinamento Seieva (Cnesps-Iss)

 

23 luglio 2015 – Negli ultimi decenni in Italia l’epidemiologia delle epatiti virali ha subito un profondo mutamento al quale hanno contribuito diversi determinanti. In particolare: le migliorate condizioni igieniche e socio-economiche; la riduzione della dimensione dei nuclei familiari e quindi della circolazione intra-familiare dei virus; una maggiore conoscenza e consapevolezza del rischio di trasmissione, anche grazie alle campagne informative sull’Hiv (le cui modalità di trasmissione sono comuni ai virus Hbv e Hcv); l’introduzione di importanti misure di prevenzione quali lo screening dei donatori di sangue e durante la gravidanza, la profilassi nei nati da madri HBsAg positive; l’adozione di precauzioni universali in ambito sanitario.

 

Attraverso il Seieva (Sistema epidemiologico integrato dell’epatite virale acuta), è stato possibile documentare quest’evoluzione e continuare a monitorare lo scenario epidemiologico. In particolare, negli ultimi 25 anni si è assistito a un calo progressivo dell’incidenza dell’epatite A e, ancor di più, delle epatiti B, C e Delta. Si sta invece configurando come malattia emergente, l’infezione da epatite E, per la quale si registra un aumento del numero di casi autoctoni (non legati a viaggi in aree endemiche).

 

La figura 1 mostra i tassi di incidenza per 100.000 abitanti delle epatiti A, B e C, per anno.

 

Il Seieva (Sistema epidemiologico integrato dell’epatite virale acuta) nasce nel 1985 a cura del reparto di Epidemiologia clinica e linee guida del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute (Cnesps), dell’Istituto superiore di sanità (Iss), a integrazione della sorveglianza routinaria delle malattie infettive affidata al Sistema informativo delle malattie infettive (Simi) del ministero della Salute, quale strumento per la sorveglianza e la prevenzione delle epatiti virali in Italia.

 

Nell’ambito del Seieva, l’integrazione delle informazioni raccolte con i questionari epidemiologici, con i risultati delle analisi virologiche, permette una migliore conoscenza dell’epidemiologia dell’epatite virale a livello nazionale, attraverso la stima dell’incidenza e del contributo relativo dei diversi fattori di rischio. Ciò consente inoltre la definizione delle misure preventive alle quali dare priorità e il monitoraggio degli effetti dei diversi programmi di prevenzione. Il sistema di sorveglianza Seieva si basa sulla stretta e continua collaborazione tra l’Iss e le Asl partecipanti. L’adesione è su base volontaria; attualmente, alle Asl partecipanti afferisce più del 77% della popolazione italiana.

 

Figura 1. Tassi di incidenza per 100.000 abitanti delle epatiti virali acute, per anno; Seieva 1985-2014

*Fino al 2008, Epatite NonA-NonB

 

Epatite A

Ad oggi l’Italia è una nazione a endemicità medio-bassa per epatite A, grazie soprattutto ai miglioramenti nelle condizioni igieniche e socio-economiche che hanno contribuito a una forte diminuzione della circolazione del virus Hav negli ultimi anni. A eccezione delle epidemie associate al consumo di frutti di mare crudi, che si sono verificate negli anni 1992, 1994 e 1997 in alcune Regioni dell’Italia meridionale, l’incidenza ha mostrato nel tempo un andamento in diminuzione, seppure non costante, scendendo sotto l’1 per 100.000 abitanti dal 2011 (figura 1). Nel 2013 si è registrata una nuova epidemia di epatite A legata al consumo di frutti di bosco congelati, che ha colpito tutto il territorio nazionale e in particolare alcune Regioni del Nord e del Centro Italia, con un’incidenza su base annua di 2,5 casi per 100.000. Già dai primi mesi del 2014 il numero di casi è iniziato a diminuire, fino a rientrare a un’incidenza annuale, stimata dal Seieva, di 0,9 per 100.000 (figura 1) (1,9 per la classe di età 0-14 anni; 0,8 per la classe 15-24 anni; 0,7 per la classe di età ≥25 anni).

 

L’esposizione al virus Hav è oggi meno comune per i bambini rispetto al passato. I soggetti giovani adulti e gli adulti sono maggiormente suscettibili all’infezione e presentano più spesso forme sintomatiche e di maggiore gravità, soprattutto se è già presente un’epatopatia. La trasmissione avviene prevalentemente per via oro-fecale, attraverso l’ingestione di cibi (frutti di mare crudi o non sufficientemente cotti, frutti di bosco, verdure) o acqua contaminati o per contatto con persone infette. Secondariamente all’eliminazione fecale del virus, ne è stata inoltre descritta negli ultimi anni la trasmissione per via sessuale. Un altro importante fattore di rischio è rappresentato dai viaggi in aree ad alta endemia.

 

Epatite B

Nel tempo e fino al 2009, le infezioni da virus Hbv (come anche le epatiti C e Delta, sempre a trasmissione ematica) hanno mostrato un’importante e costante riduzione dell’incidenza. Negli ultimi anni, invece, il Seieva ha registrato una stabilizzazione dei tassi intorno a 1 per 100.000 abitanti e, nel 2014, l’incidenza è stata di 0,8 per 100.000 (0,0 per la fascia d’età 0-14 anni; 0,3 15-24 anni; 1,0 per la fascia d’età ≥ 25 anni) (figura 1). Il più drastico decremento è avvenuto in seguito all’introduzione della vaccinazione universale iniziata nel 1988 per persone appartenenti a gruppi ad alto rischio di infezione da virus Hbv e divenuta obbligatoria nel 1991 per tutti i nuovi nati e per i dodicenni. 

 

La diminuzione di incidenza ha interessato in particolar modo il gruppo d’età 15-24 anni, (verosimilmente grazie alla vaccinazione nei dodicenni). Oggi i soggetti che sviluppano epatite B sono soprattutto maschi (75,4%) e la fascia d’età maggiormente interessata è fra i 35 e i 54 anni (59,1%). Le più forti associazioni con le infezioni acute da virus Hbv si riscontrano per esposizione percutanea in corso di trattamenti cosmetici, per terapie odontoiatriche e per rapporti sessuali non protetti. In questi ultimi anni circa il 20% delle infezioni acute da Hbv in Italia ha riguardato migranti provenienti da aree ad alta endemia per Hbv in particolare dall’Europa orientale e dall’Africa.

 

Epatite Delta

L’epatite Delta si verifica nell’uomo soltanto grazie alla funzione “helper” del virus Hbv: i casi di epatite acuta Delta si identificano per essere HBsAg positivi, IgM anti-Hdv positivi e IgM anti-Hav negativi. Il virus Hdv può infettare l’uomo contemporaneamente al virus Hbv (coinfezione) o può infettare portatori cronici di HBsAg (superinfezione), condizione quest’ultima associata solitamente a una più rapida progressione verso la cirrosi e a un più alto rischio di insufficienza epatica e di insorgenza di epatocarcinoma.

 

Fatta eccezione per tre picchi epidemici nel 1990, nel 1993 e nel 1997, dovuti principalmente a epidemie tra tossicodipendenti, negli ultimi 25 anni in Italia l’incidenza dell’epatite Delta è progressivamente diminuita. A ciò ha contribuito indirettamente l’immunizzazione contro l’epatite B, ma gli stessi fattori che hanno contribuito al trend in diminuzione dell’epatite B prima dell’introduzione della vaccinazione, spiegano verosimilmente anche il trend in diminuzione dell’epatite Delta. Nel 2012 e nel 2014 l’incidenza è stata 0,1 per 1.000.000 abitanti, mentre nel 2013 non sono stati notificati casi. Negli ultimi anni, la maggior parte delle infezioni da virus Delta si ha in persone di sesso maschile tra i 35 e i 54 anni, soprattutto per esposizione percutanea in corso di trattamenti cosmetici, per terapia odontoiatrica e per rapporti sessuali non protetti. A partire dal 2009 non sono stati più notificati casi in tossicodipendenti, mentre negli anni precedenti questo era il gruppo considerato a maggior rischio di contrarre l’epatite Delta.

 

Epatite C

Dopo una drastica flessione registrata dal Seieva nei primi dieci anni di sorveglianza, l’incidenza di epatite C acuta ha continuato un trend in diminuzione, stabilizzandosi su tassi tra 0,2 e 0,3 per 100.000 abitanti, a partire dal 2009. Nel 2014 l’incidenza è stata di 0,2 per 100.000 (0 per la fascia d’età 0-14 anni; 0,2 per la fascia d’età 15-24 e 0,3 ≥25 anni) (figura 1). Anche per l’epatite C la diminuzione di incidenza ha interessato in particolar modo i soggetti d’età compresa fra i 15 e i 24 anni (verosimilmente per cambiamenti comportamentali da parte dei tossicodipendenti). L’età dei nuovi casi è in aumento, e già da due anni la fascia di età maggiormente colpita è stata quella 35-54 anni. Inoltre, riguardo alla distribuzione per genere, negli ultimi anni il rapporto uomini/donne è andato diminuendo anche se nel 2014 il numero di maschi tra i casi è ancora superiore (59%). I maggiori fattori di rischio sono gli interventi chirurgici, l’esposizione percutanea in corso di trattamenti cosmetici, i rapporti sessuali non protetti e l’uso di droghe per via endovenosa.

 

Epatite E

Per l’epatite E, solo a partire dal 2007, è possibile la notifica dei casi acuti attraverso il Seieva. Nel periodo 2007-2014 sono stati notificati 145 casi di epatite E acuta, soprattutto per soggetti d’età 25-34 anni e 35-54 anni, e di sesso maschile (85%). Il 43% dei casi riguarda soggetti stranieri (soprattutto provenienti da Bangladesh, India e Pakistan). L’infezione è spesso asintomatica e generalmente autolimitante, anche se sono riportati rari casi di cronicizzazione a carico soprattutto di soggetti immunocompromessi. Il decorso clinico può essere particolarmente severo nelle donne in gravidanza (in particolar modo durante il terzo trimestre), con una letalità che può raggiungere il 20%.

 

Ancora oggi i maggiori fattori di rischio, secondo i dati Seieva, sono il consumo di frutti di mare crudi o poco cotti e i viaggi in aree ad alta endemia, sebbene anche in Italia, come in altri Paesi industrializzati, stiano aumentando i casi autoctoni. La maggior parte di questi è attribuibile al virus Hev genotipo 3 che ha un’alta prevalenza anche in alcuni animali, principalmente i maiali. La stretta omologia genetica tra ceppi Hev umani e ceppi Hev infettanti gli animali (i maiali in particolare), riscontrata in diversi studi, fa riconoscere l’epatite E come possibile zoonosi la cui trasmissione potrebbe avvenire per un’esposizione occupazionale (allevatori di maiali, veterinari, lavoratori in industrie che preparano prodotti alimentari a base di carne di maiale) attraverso il contatto diretto con secreti, escreti o organi contaminati con materiale fecale contenente il virus, o attraverso l’ingestione di prodotti alimentari contaminati a base di carne di maiale, consumati crudi o poco cotti.

 

Risorse utili

 

 

Stampa

Ultimo aggiornamento mercoledi 22 luglio 2015