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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Epatite virale

Sorveglianza dell’epatite E in Italia

24 luglio 2014 - Valutare la diffusione dell’infezione da virus dell’epatite E (Hev) in Italia e stimarne l’incidenza per area geografica, età e sesso. Questo l’obiettivo principale del progetto di sorveglianza integrata epidemiologica, virologia e ambientale coordinato dal Seieva dell’Iss e finanziato dal Centro nazionale di prevenzione e controllo delle malattie (Ccm) del ministero della Salute, nell’ambito del Programma Ccm 2011.

 

Lo studio “Sorveglianza dell’epatite E in Italia: malattia emergente nei Paesi industrializzati” vede la collaborazione del Dipartimento di Sanità pubblica-Microbiologia-Virologia dell’Università degli Studi di Milano, del Dipartimento di Malattie infettive, parassitarie ed immunomediate (Mipi) dell’Iss e del Reparto di Microbiologia e virologia ambientale e wellness dell’Iss.

 

Perché una sorveglianza sull’Hev?

L’epatite E, nota per essere in molti Paesi in via di sviluppo un’infezione endemica a trasmissione oro-fecale, si presenta oggi nei Paesi industrializzati come una malattia emergente. In questi Stati, infatti, anche se la maggior parte dei casi continua a riguardare persone di ritorno da viaggi in aree endemiche, si registra un aumento del numero di casi autoctoni segnalati.

 

La maggior parte di questi è attribuibile al virus Hev genotipo 3 che ha un’alta prevalenza anche in alcuni animali, principalmente i maiali. La stretta omologia genetica tra ceppi Hev umani e ceppi Hev infettanti gli animali, riscontrata in diversi studi, fa riconoscere l’epatite E come possibile zoonosi la cui trasmissione potrebbe avvenire per un’esposizione occupazionale (allevatori di maiali, veterinari, lavoratori in industrie che preparano prodotti alimentari a base di carne di maiale) attraverso il contatto diretto con secreti, escreti o organi contaminati con materiale fecale contenente il virus, o attraverso l’ingestione di prodotti alimentari contaminati a base di carne di maiale, consumati crudi o poco cotti. È anche possibile la contaminazione con Hev delle acque superficiali con un rischio importante per la salute pubblica.

 

In Italia vi è una sottostima del fenomeno. Nonostante valori alti di prevalenza di anticorpi anti-Hev nell’uomo, riportati da diversi studi condotti negli anni Novanta (dell’1-3% circa nel Centro-Nord e del 3-6% nel Sud e nelle Isole), l’effettivo numero di casi di epatite acuta E diagnosticati e notificati al Seieva è, infatti, relativamente basso.

 

Dunque, sebbene le recenti evidenze sierologiche, cliniche e di genetica molecolare siano a supporto dell’ipotesi dell’epatite E come possibile zoonosi, è sembrato opportuno confermare ulteriormente l’associazione tra infezioni autoctone da Hev e questi fattori di rischio, valutare il reale impatto dell’infezione e organizzare, avvalendosi della rete Seieva già esistente, un network di sorveglianza per monitorare l’infezione da Hev.

 

Le ricadute sulla sanità pubblica

Il monitoraggio continuo dei dati, coordinato dall’Iss, fornisce un quadro epidemiologico aggiornato dei casi di epatite E (con particolare riferimento all'incidenza per area geografica, età e sesso), aiutando anche a valutare la distruzione dei fattori di rischio. Inoltre, il sistema di sorveglianza consente di promuovere a livello territoriale l’esecuzione delle indagini di diagnosi sierologica e, con la collaborazione dei centri clinici afferenti alle Asl partecipanti allo studio (che segnalano i casi di epatite E), è possibile una descrizione più accurata dell’espressività clinica dell’infezione.

 

Tutto ciò comporta un’importante ricaduta in sanità pubblica, poiché rende possibile suggerire strategie preventive e di controllo dell’infezione più efficaci e mirate (come ad esempio il trattamento delle acque e dei prodotti alimentari). Allo stesso tempo, la sorveglianza permette anche una standardizzazione dei test di diagnosi virologica (Real Time Pcr vs. Nested Pcr) e sierologica che porterà, nel tempo, a una riduzione della quota di falsi negativi.

 

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