Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

gozzo

Dati epidemiologici

Il gozzo è la malattia tiroidea più diffusa al mondo. Anche se la malattia è più diffusa in paesi in via di sviluppo, focolai di carenza iodica si trovano nella maggior parte dei paesi europei. Solo negli Stati Uniti, ad esempio, 10 milioni di americani sono stati diagnosticati con una disfunzione tiroidea. Si stima inoltre che altri 13 milioni di statunitensi con malattie tiroidee non siano ancora stati diagnosticati. Stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) indicano in un miliardo di persone al mondo i soggetti colpiti da disfunzioni tiroidee, di cui oltre 200 milioni di malati di gozzo.

In Italia si ammalano di gozzo circa 6 milioni di persone, più del 10 per cento della popolazione del nostro paese e l’impatto economico di questa malattia è stimato in oltre 150 milioni di euro all’anno. Addirittura, nella sola popolazione giovanile, il gozzo interessa almeno il 20 per cento delle persone. Si può quindi affermare che nel nostro paese il gozzo sia da considerarsi endemico, visto che supera la soglia del 5 per cento di prevalenza posta dall’OMS per definirlo tale. Una serie di studi condotti negli ultimi 20 anni in Italia ha cercato di tracciare una epidemiologia della malattia, ma la necessità di adottare un alto livello di standardizzazione delle metodologie, i costi delle campagne e le difficoltà organizzative rendono difficoltoso mantenere una adeguata periodicità dei rilievi. L’attuale metodologia di screening prevede la palpazione e l’ecografia della tiroide e la determinazione della ioduria (ad esempio tramite la misurazione della escrezione urinaria di iodio). Per una corretta valutazione della prevalenza della malattia, oltre a questi metodi, è necessario analizzare anche le schede di dimissione ospedaliera. Dai dati ISTAT sui ricoveri ospedalieri del 2000, si rileva che ci sono quasi 30 mila ricoveri ordinari con diagnosi di gozzo semplice, cioè quasi 50 ricoveri su 100 mila abitanti.

A livello mondiale, è stato costituito l’International Council for the Control of Iodine Deficiency Disorders (ICCIDD), un comitato di studiosi che promuove l’adozione di programmi di iodoprofilassi. Con gli stessi fini, in Italia è stato attivato un Comitato nazionale per la prevenzione del gozzo che promuove la conoscenza e lo svolgimento di studi epidemiologici di questa malattia. Uno dei risultati più importanti ottenuti in materia di prevenzione è stata l’introduzione dello screening neonatale obbligatorio su tutti i bambini per la presenza di carenze iodiche.

A fine anni ’90, il Comitato ha revisionato tutti gli studi epidemiologici fatti nel nostro paese per tracciare una mappa della prevalenza della malattia. Complessivamente, gli studi, svolti nell’arco di un ventennio, hanno coinvolto 71 mila bambini tra i 6 e i 14 anni residenti fuori città, in località collinari e montane di quasi tutte le regioni italiane e su 5 mila casi di controllo nelle aree urbane. Nella maggior parte della popolazione giovanile visitata, il gozzo risultava avere una prevalenza superiore al 20 per cento, e in numerose località distribuite su tutto il territorio nazionale la malattia è presente in oltre il 50 per cento dei giovani, con punte del 73 per cento in alcuni paesi della Campania. Le zone di endemia, secondo questi rilevamenti, riguardano tutte le regioni italiane. Particolarmente significativo il dato che riguarda la Sardegna dove un bambino su quattro soffre di gozzo, con una percentuale più rilevante tra le femmine (23 per cento) rispetto ai maschi (21 per cento).

Dal 1997, è finalmente decollata anche in Italia una Campagna di educazione alimentare su “Sale nell’alimentazione per la profilassi della carenza iodica e la prevenzione dell’ipertensione”. La profilassi iodica ha portato alla completa eradicazione del gozzo in altri paesi europei, come la Svizzera e i paesi Scandinavi. In Italia, uno studio effettuato in Toscana sulla popolazione scolare, ha dimostrato l’efficacia dell’uso di sale iodato. Tuttavia, la vendita di questo tipo di sale in Italia è ancora troppo scarsa (circa il 3 per cento di tutto il sale alimentare). La campagna di educazione alimentare infatti ha portato a una legislazione che prevede la produzione e la vendita di sale iodato su tutto il territorio nazionale ma il suo consumo rimane tuttora su base volontaria. Uno schema di disegno di legge per contrastare le manifestazioni da carenza iodica che presuppone l’uso di sale arricchito con iodio sia nei punti vendita che nella preparazione e nella conservazione dei prodotti alimentari è appena stato approvato su proposta del Ministero della Salute. Solo il sancirne per legge la vendita in sostituzione del sale comune potrebbe rendere veramente efficace la campagna di prevenzione.

 

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