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infezioni correlate all’assistenza

Studio europeo di prevalenza delle infezioni e dell’uso di antibiotici negli ospedali per acuti: come si posiziona l’Italia?

Maria Luisa Moro - Responsabile Area rischio infettivo. Agenzia sanitaria e sociale Regione Emilia-Romagna. National Contact Point for HAI Surveillance for Ecdc

 

11 luglio 2013 - In questi giorni l’European Center for Disease Control (Ecdc) ha pubblicato i risultati di uno studio di prevalenza europeo mirato a stimare la frequenza di infezioni correlate all’assistenza (Ica) e del ricorso agli antibiotici negli ospedali per acuti. Hanno partecipato allo studio 29 Paesi e 947 ospedali, per un totale di 231.459 pazienti.

 

Un punto qualificante dell’indagine è che tutti i Paesi hanno concordato di utilizzare per la rilevazione un unico protocollo di studio e che i rilevatori sono stati addestrati utilizzando un pacchetto formativo comune. Ciò rende possibile il confronto, anche se permangono differenze che possono avere influenza su quanto rilevato: non tutti i Paesi sono stati in grado di coinvolgere un numero di ospedali corrispondente a quanto indicato dall’Ecdc (e in quasi tutti i Paesi gli ospedali sono stati selezionati in modo non casuale); il protocollo di studio, i criteri di definizione di caso e gli strumenti di rilevazione sono stati tradotti in molte lingue e ciò può aver comportato interpretazioni non sempre univoche; i metodi diagnostici e le modalità di organizzazione degli ospedali possono essere molto diversi e queste differenze possono non essere state catturate sufficientemente dalle informazioni rilevate.

 

Anche se è opportuno tenere presente queste giuste cautele nella lettura del quadro di insieme, i risultati dello studio consentono di tratteggiare un quadro comparativo tra Italia e gli altri Paesi europei: il quadro che emerge presenta alcune luci, ma anche molte ombre.

 

In Italia, lo studio è stato condotto nella seconda finestra temporale proposta dall’Ecdc, nel periodo settembre-ottobre 2011. Hanno partecipato 49 ospedali, selezionati in modo proporzionale rispetto alla distribuzione degli ospedali per acuti per Regione e per dimensioni. Solo due Regioni (Molise e Calabria) non sono riuscite a partecipare allo studio. I dati rilevati nel nostro Paese confermano, date le dimensioni del rischio, l’assoluta centralità del problema “infezioni correlate all’assistenza” per la sicurezza dei pazienti:

  • su 100 pazienti ricoverati in un giorno, 6,3 presentavano una infezione correlata all’assistenza (infezione comparsa dopo 48 ore dal ricovero in ospedale o presente al ricovero in un paziente trasferito da un altro ospedale per acuti)
  • questo rischio arriva fino al 14,8% in terapia intensiva, a 13% nei pazienti con patologia “rapidamente fatale” secondo McCabe, a 30,9% nei pazienti intubati, a 21,4% nei pazienti portatori di catetere venoso centrale, a 13,2% nei pazienti portatori di catetere urinario
  • su 100 infezioni, quelle più frequentemente riportate sono quelle respiratorie (24,1%), urinarie (20,8%), le infezioni del sito chirurgico (16,2%) le batteriemie (15,8%).

Per quanto concerne la prevalenza di infezioni, il confronto tra l’Italia e l’Europa colloca il nostro Paese in una posizione in linea con la media europea: 6,6% in Italia vs 6,0% in Europa (da 2,3% a 10,8% nei diversi Paesi), anche se la frequenza di alcune infezioni (ad esempio le infezioni correlate a catetere intravascolare) è più elevata rispetto alla media europea.

 

Tuttavia, il problema in Italia è reso più drammatico dalla diffusione di microrganismi multiresistenti: nello studio italiano il 34% di Escherichia coli e il 65,2% di Klebsiella pneumoniae è resistente alle cefalosporine di III generazione; il 48,9% di Klebsiella pneumoniae e il 39,1% di Pseudomonas aeruginosa è resistente ai carbapenemi; il 58,6% di Staphylococcus aureus è resistente alla meticillina.

 

Ciò è attribuibile anche all’elevato ricorso agli antibiotici, tema particolarmente critico in Italia:

  • la prevalenza di pazienti con almeno un trattamento antibiotico è 44% in Italia rispetto alla media europea del 35% (da 21,4% a 54,7% nei diversi paesi). Ad eccezione di Portogallo, Spagna, Grecia, Bulgaria e Finlandia, in tutti gli altri Paesi europei la prevalenza di utilizzo è più contenuta rispetto all’Italia, con Francia, Germania e Belgio che riportano una prevalenza di pazienti trattati inferiore a 30%. Queste differenze non sono spiegate dal mix di pazienti studiati
  • la prevalenza di pazienti in chemioprofilassi chirurgica per più di 1 giorno è più elevata rispetto a molti altri Paesi europei; quella di pazienti in profilassi medica è in assoluto la più elevata in Europa, come anche elevata è quella di pazienti per i quali le indicazioni al trattamento antibiotico non sono documentate in cartella.

È quindi necessario e urgente avviare programmi di governo dell’uso responsabile di antibiotici utili a promuovere l’uso solo ove indicato e con modalità (durata, scelta della molecola, dosaggio) appropriate.

 

Un’altra criticità che emerge dallo studio è relativa alla igiene delle mani. In Italia è stata condotta con successo alcuni anni fa una campagna mirata a promuovere l’igiene delle mani, basata sulle indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, che ha coinvolto molte Regioni e ospedali. A distanza di alcuni anni, questo studio documenta come l’igiene delle mani non sia divenuta una pratica corrente in tutti gli ospedali italiani: nei 49 ospedali partecipanti allo studio, il consumo di prodotti idroalcolici per l’igiene delle mani è inferiore a 10 litri per 1000 giornate di degenza (la categoria più bassa in Europa), contro una media europea di 18,7 litri/1000 e di punte >40 nei Paesi scandinavi.

 

Questa rappresenta un’altra criticità sulla quale è opportuno concentrare l’attenzione: sono infatti disponibili sufficienti esperienze, strumenti validati e indicazioni per avviare interventi efficaci.

 

In conclusione, lo studio europeo fornisce indicazioni chiave per orientare meglio gli interventi: ci sono ancora molti passi in avanti da fare per allineare il nostro Paese agli altri Paesi europei, quali la Francia e la Gran Bretagna, che in questi anni hanno raggiunto importanti traguardi in questo ambito. Ma per realizzare tutto ciò è necessario un impegno a tutti i livelli ed è soprattutto necessario aumentare la percezione della rilevanza di questo fenomeno. I dati dello studio europeo possono essere molto utili a questo scopo.

 

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