L’isolamento del
Plasmodium, il protozoo agente della malattia, risale a fine Ottocento,
quando si comprese che la malattia si manifestava in seguito alla puntura
della femmina della zanzara Anopheles, che trasmette all’uomo il
proprio parassita. Oggi la malaria è endemica in vaste zone dell’Asia,
Africa, America latina e centrale, isole caraibiche e Oceania, con circa 500
milioni di malati ogni anno e quasi un milione di morti.
Esistono quattro tipi di
Plasmodio che causano malaria negli uomini: Plasmodium vivax e
P. falciparum (i più comuni e mortali), P. malariae e
P. ovale. Il Plasmodium falciparum è più comune nell’Africa
subsahariana ed è una delle cause dell’alta mortalità nella zona.
All’interno dell’ospite umano, il parassita si modifica passando attraverso
diversi stadi di sviluppo e riuscendo a eludere le difese del sistema
immunitario infetta i globuli rossi e il fegato, fino a raggiungere una
forma che è capace di infettare un’altra zanzara quando punge la persona
malata. Circa due settimane dopo essere stato “ospitato” dalla zanzara, e
avere subito ulteriori trasformazioni, il plasmodio è nuovamente pronto a
infettare un altro essere umano.
I sintomi della malattia appaiono da 9 a 14 giorni dopo la puntura da parte della
zanzara infetta e tipicamente sono: febbre alta, mal di testa, vomito,
sudorazioni e tremori e altri sintomi simili a quelli dell’influenza. La
malaria arriva a essere letale distruggendo i globuli rossi e quindi
causando una forte anemia e ostruendo i capillari che irrorano il cervello
(in questo caso si tratta di malaria cerebrale) o altri organi vitali.
Tipicamente, i sintomi della malaria si presentano ciclicamente seguendo il
ciclo stesso di riproduzione e moltiplicazione del parassita. In qualche
caso però, il Plasmodium
falciparum può uccidere, se non
trattato, senza dare i sintomi ciclici.
Prevenzione e trattamento
I plasmodi sono diventati fortemente resistenti a quasi tutti i farmaci che
sono stati prodotti per combatterli, così come a numerosi insetticidi
utilizzati per disinfestare le zone malariche. La resistenza alla clorochina,
l’antimalarico meno costoso e più diffuso, è ormai comune in tutta l’Africa
sudorientale. In queste stesse zone si è ormai affermata una forma di
resistenza anche a un altro farmaco, alternativo alla clorochina e
altrettanto economico, la sulfadossina-pirimetamina. Molti Paesi sono così
costretti a utilizzare nuove combinazioni di farmaci molto più costosi. Sul
fronte vaccini, la ricerca non ha ancora prodotto un vaccino effettivo anche
se esistono diversi possibili candidati su cui gli scienziati stanno
lavorando, soprattutto grazie al completamento della sequenza genomica del
Plasmodium.
Esistono però numerose misure di prevenzione e di profilassi a basso costo,
che vengono promosse soprattutto nei Paesi africani dalla Global Partnership
Roll Back Malaria coordinata dall’Organizzazione mondiale della sanità,
che vede riunite più di 90 istituzioni internazionali nel tentativo di
dimezzare il numero di malati di malaria entro il 2010. L’uso di zanzariere
trattate con insetticidi e di trattamenti preventivi a intermittenza con
farmaci antimalarici può significativamente ridurre l’incidenza della
malattia nelle zone endemiche, sia tra i bambini che tra le donne in
gravidanza, soggetti particolarmente vulnerabili.
Una diagnosi accurata e precoce è una delle chiavi per gestire in modo
efficace la malattia. Attualmente la pratica diagnostica si basa su due
approcci: quello clinico che identifica i sintomi della malattia, e quello
volto a isolare e riconoscere l’agente causale, utilizzando test
immunocromatografici o, molto più comunemente, con osservazioni al
microscopio. Una rapida risposta all’insorgenza, con
trattamento
farmacologico con i farmaci più recentemente sviluppati e dati in
combinazione, in alternativa alle monoterapie tradizionali, può ridurre
significativamente il numero di morti. L’uso esteso e poco controllato di
terapie a base di chinolina e di antifolati ha contribuito ad aumentare lo
sviluppo delle resistenze. Nell’ultima decade, un nuovo gruppo di
antimalarici, diversi composti combinati dell’artemisinina (ATCs), stanno
dando ottimi risultati terapeutici anche nell’arco di una settimana, con
riduzione della presenza di plasmodio e quindi della sua capacità di
trasmissione e miglioramento dei sintomi.
Lo sforzo messo in atto dalla Global Partnership è quello di adottare una
strategia globale coordinata in tutte le zone in cui la malattia è endemica
e in quelle a rischio, e di monitorare in modo efficace e continuo
l’evolversi della resistenza manifestata dal plasmodio, e le sue aree di
diffusione. Gli effetti più disastrosi della malaria si hanno infatti
nell’evento epidemico in zone dove la popolazione non è affatto immunizzata
alla presenza stabile del plasmodio e dove le strutture di risposta sono più
carenti.
I fattori che possono favorire lo sviluppo di una epidemia sono sia naturali, come una variazione climatica o un’inondazione, che antropici, come una guerra o lo sviluppo di opere agricole, di dighe, di miniere o l’incapacità di esercitare un controllo sulla zanzara, il vettore del plasmodio. Grandi movimenti migratori interni a un continente favoriscono ancor più l’esposizione di popolazione vulnerabile al parassita. La combinazione di fattori meteorologici, socioeconomici ed epidemiologici, sia a livello locale che globale, può permettere una previsione del rischio di epidemie, soprattutto se dovute a fattori antropici. Lo studio accurato dei fenomeni epidemici del passato e la costruzione di una rete di monitoraggio e di un database per registrare l’occorrenza e la prevalenza della malaria nelle diverse zone diventano quindi importanti strumenti di prevenzione.