La rosolia è una malattia infettiva causata da un virus del
genere rubivirus, della famiglia dei Togaviridae. Come
morbillo,
varicella,
pertosse e parotite, è una malattia più comune nell’età infantile e si
trasmette solo nell’uomo. Esternamente, si manifesta con un’eruzione cutanea
simile a quelle del morbillo o della scarlattina. Di solito benigna per i
bambini, diventa pericolosa durante la gravidanza perché può portare gravi
conseguenze al feto. Una volta contratta, la rosolia dà un’immunizzazione
teoricamente definitiva.
Rosolia e gravidanza: la sindrome
congenita
In un numero elevato di casi, i sintomi della rosolia possono passare
inosservati, un fatto pericoloso nel caso che la malattia venga contratta da
una donna incinta. La rosolia presenta infatti alti rischi per il feto,
sopratutto se la madre contrae la malattia all’inizio della gravidanza.
Nelle prime settimane l’infezione può generare un aborto spontaneo o morte
intra-uterina. Il feto però può anche venire infettato, soprattutto nei
primi sei mesi di gravidanza, e contrarre la cosiddetta sindrome della
rosolia congenita (Src), che può provocare difetti alla vista o cecità
completa, sordità, malformazioni cardiache, ritardo mentale nel neonato.
Dalla dodicesima alla ventottesima settimana, la placenta esplica un’azione
protettiva ed è quindi più raro che si verifichi un’infezione fetale.
E’ possibile verificare l’immunità della madre alla rosolia con il rubeotest,
da eseguire prima dell’avvio della gravidanza. L’esame viene comunque
ripetuto con le prime analisi del sangue da eseguire in gestazione.
In Italia, dopo l’approvazione del
Piano nazionale per l’eliminazione del morbillo, della parotite e della
rosolia congenita, è in vigore dal 1 gennaio 2005 un decreto ministeriale
che introduce la
sorveglianza a livello nazionale della sindrome da rosolia congenita e
della rosolia in gravidanza. L’obiettivo è ridurre e mantenere l’incidenza
della rosolia congenita a valori inferiori a 1 caso ogni 100.000 nati vivi,
entro il 2007.
Sintomi e diffusione
La rosolia si diffonde tramite le goccioline respiratorie diffuse nell’aria
dal malato o il contatto diretto con le secrezioni nasofaringee. La
malattia, che ha una incubazione di 2-3 settimane prima della comparsa dei
sintomi, è contagiosa nella settimana che precede l’apparizione
dell’eruzione cutanea e per i 4 giorni successivi. Diversa è la questione,
se si è in presenza di un neonato colpito da infezione durante la
gravidanza, e quindi affetto da sindrome congenita. In questo caso, infatti,
il virus viene messo in circolazione per lunghi periodi di tempo, non per i
7-10 giorni caratteristici della malattia acquisita dopo la nascita. Il
periodo di contagio quindi può durare anche mesi o addirittura più di un
anno, con una potenzialità infettiva molto elevata che richiede
l’isolamento, sia durante il ricovero nella nursery che al ritorno a casa.
I sintomi più comuni della rosolia sono lievi ed evidenti per un periodo di
5-10 giorni, anche se in un alto numero di casi (dal 20 al 50%, secondo dati
dei Cdc americani) possono non manifestarsi affatto. Nell’adulto, durante i
primi cinque giorni di decorso, i sintomi principali possono includere:
eruzione cutanea consistente in piccole macchie rosa che compaiono prima dietro le orecchie, poi sulla fronte e su tutto il corpo e durano 2-3 giorni;
febbre lieve e mal di testa;
leggeri gonfiori dei linfonodi alla base della nuca, sul retro del collo e dietro le orecchie;
dolori articolari;
diminuzione del numero di globuli bianchi nel sangue;
occhi arrossati e lacrimosi;
Raramente la malattia comporta complicazioni anche se, come per
le altre malattie infantili, il rischio di encefaliti è più alto se il
paziente è un adulto.
La diagnosi viene effettuata ricercando anticorpi specifici del virus nel
siero tramite analisi del sangue.
Terapia e vaccino
Al momento non esiste una terapia specifica della rosolia, a parte l’uso
di paracetamolo per abbassare la febbre. L’arma migliore contro la malattia
è la vaccinazione preventiva, con il vaccino vivo attenuato, con
un’efficacia > 95% e che garantisce immunità a vita. Non si tratta di una
vaccinazione obbligatoria, ma altamente consigliata, e gratuita, sia per
tutti i bambini che per le ragazze non immunizzate dopo la pubertà e per
tutti gli operatori che svolgono mansioni a contatto con bambini e/o con
donne in età riproduttiva.
Per i nuovi nati, si consiglia una prima dose verso i 12-15 mesi di età, e
un richiamo verso i 5-6 anni. Fino al 1999, in Italia veniva eseguita solo
la vaccinazione sulle bambine in età pre-puberale, verso i 12-13 anni.
Analogamente a quanto osservato in altre nazioni, questa strategia si
è però rivelata insufficiente, in quanto l’elevata circolazione del virus in
tutti i soggetti non vaccinati ha comportato una persistenza del rischio di
infezione. La strategia attuale, in linea con quella attuata in altri paesi,
è dunque quella di vaccinare tutti i bambini nel secondo anno di vita con il
vaccino trivalente, contro morbillo, parotite e rosolia, di somministrarne
una seconda dose entro i 5-6 anni di età. Contemporaneamente, è
indispensabile vaccinare tutte le ragazze e le donne che non sono state
vaccinate da bambine.
Come per tutti vaccini vivi attenuati, la vaccinazione non viene praticata
negli individui con deficit immunitario o sotto terapia immunosoppressiva (corticoidi,
antineoplastici, antirigetto), nelle donne gravide o che desiderano esserlo
nel mese successivo (per sicurezza, anche se non si sono mai verificati
problemi correlati). Il vaccino è invece consigliato alle persone infette da
Hiv che non hanno sviluppato Aids.