Attacchi terroristici, guerre, bombe, incidenti aerei, stermini di massa ma
anche terremoti, inondazioni e altri tragici eventi: c’è un fil rouge
che collega tutte queste situazioni. L’effetto sulla salute mentale delle
vittime, dei sopravissuti e delle loro famiglie e conoscenze. Lo stress
post-traumatico (Post Traumatic Stress Disorder, PTSD), è infatti una forma di
disagio mentale che si sviluppa in seguito a esperienze fortemente
traumatiche. Definito e studiato negli Stati Uniti soprattutto a partire
dalla guerra del Vietnam e dai suoi effetti sui veterani, riproposti poi in
tutte le più recenti esperienze belliche, il PTSD può manifestarsi in
persone di tutte le età, dai bambini e adolescenti alle persone adulte, e
può verificarsi anche nei familiari, nei testimoni, nei soccorritori
coinvolti in un evento traumatico. Il PTSD può derivare anche da una
esposizione ripetuta e continua a episodi di violenza e di degrado.
Definizione di caso
Essendo una
condizione di disagio mentale complessa e derivante da molteplici fattori,
sia personali che ambientali, la diagnosi di PTSD non è univoca né semplice
ed è genericamente indicata come “la condizione di stress acuta che si
manifesta in seguito all’esposizione a un evento traumatico”.
Le persone, infatti,
hanno una diversa suscettibilità e vulnerabilità alla condizione di stress,
anche in relazione al maggiore o minore coinvolgimento diretto
nell’esperienza traumatica. E’ però stato accertato in diversi studi che,
soprattutto nel caso dei bambini e degli adolescenti, anche una esposizione
mediata, come può essere quella attraverso i media, a fatti che coinvolgano
ad esempio il proprio paese o la propria città, possa generare condizioni di
PTSD. Tra i fattori che certamente contribuiscono allo sviluppo di diversi
livelli di PTSD, ci sono le caratteristiche specifiche dell’evento che lo
causa e il grado o la modalità di esposizione della vittima, le
caratteristiche degli individui, in termini della loro storia medica,
psichica e familiare, le modalità di intervento nel periodo post-trauma.
Alcune vittime manifestano stati d’ansia e cattivi ricordi che si risolvono
con un adeguato trattamento e con il tempo. All’estremo opposto, invece, ci
sono individui nei quali l’evento traumatico causa effetti negativi a lungo
termine, come testimoniano numerose ricerche sugli individui esposti a
violenza, tortura, maltrattamenti continuativi.
Le
ricerche effettuate direttamente su diverse aree del cervello hanno
dimostrato che gli individui affetti da PTSD producono livelli anormali di
ormoni coinvolti nella risposta allo stress e alla paura. Il centro
responsabile di questa risposta sarebbe l’amigdala, una piccola ghiandola
endocrina posta alla base del cervello. Normalmente, in situazione di paura,
l’amigdala si attiva producendo molecole di oppiacei naturali che riducono
la sensazione di dolore temporaneamente. In persone affette da PTSD questa
produzione si protrae invece a lungo anche dopo la cessazione dell’evento,
causando alterazione dello stato emotivo. Inoltre, verrebbero alterati i
livelli di neurotrasmettitori che agiscono sull’ippocampo, generando così
alterazioni della capacità di memoria e di apprendimento regolate
dall’ippocampo stesso. Gli stessi livelli di neurotrasmettitori diversi
sarebbero alla base degli eventi di ricordo improvviso e doloroso degli
eventi traumatici.
I malati di PTSD sono
anche soggetti a una alterazione del flusso sanguigno cerebrale e a
cambiamenti strutturali nei tessuti del cervello.
Sintomi e diagnosi
Sul fronte dei
sintomi e della definizione di caso, diversi enti di ricerca e istituzioni
sanitarie danno indicazioni per effettuare una diagnosi e individuare un
trattamento adeguato del PTSD.
Secondo il
National Institute of Mental Health (NIMH) americano, caratteristica del
PTSD è il fatto che la vittima rivive ripetutamente l’esperienza
traumatizzante sotto forma di flashback, ricordi, incubi o in occasione di
anniversari e commemorazioni. Le persone affette da PTSD manifestano
difficoltà al controllo delle emozioni, irritabilità, rabbia improvvisa o
confusione emotiva, depressione e ansia, insonnia, ma anche la
determinazione a evitare qualunque atto che li costringa a ricordare
l’evento traumatico. Un altro sintomo molto diffuso è il senso di colpa, per
essere sopravvissuti o non aver potuto salvare altri individui. Dal punto di
vista più prettamente fisico, alcuni sintomi sono dolori al torace,
capogiri, problemi gastrointestinali, emicranie, indebolimento del sistema
immunitario. La diagnosi di PTSD arriva quando, sempre secondo il NIMH, il
paziente presenta i sintomi caratteristici per un periodo di oltre un mese
dall’evento che li ha causati.
Il NIMH evidenzia che
la diagnosi non sempre viene effettuata in modo sistemico, e in molti casi i
pazienti da PTSD vengono trattati solo per i sintomi più prettamente fisici,
senza una adeguata considerazione del quadro complessivo.
L’American
Psychiatric Association (APA) dà un elenco più dettagliato e schematico
dei sintomi del PTSD. Secondo l’APA, i sintomi compaiono solitamente entro
tre mesi dal trauma, anche se in qualche caso lo stato di stress si
manifesta anche più tardi. I sintomi sono classificabili in tre categorie
ben definite:
episodi di intrusione: le persone affette da PTSD hanno ricordi improvvisi che si manifestano in modo molto vivido e sono accompagnati da emozioni dolorose e dal ‘rivivere’ il dramma. A volte, l’esperienza è talmente forte da far sembrare all’individuo coinvolto che l’evento traumatico si stia ripetendo.
volontà di evitare e mancata elaborazione: l’individuo cerca di evitare contatti con chiunque e con qualunque cosa che lo riporti al trauma. Inizialmente, la persona sperimenta uno stato emozionale di disinteresse e di distacco, riducendo la sua capacità di interazione emotiva e riuscendo a condurre solo attività semplici e di routine. La mancata elaborazione emozionale causa un accumulo di ansia e tensione che può cronicizzate portando a veri e propri stati depressivi. Al tempo stesso si manifesta frequentemente il senso di colpa.
ipersensibilità e ipervigilanza: le persone si comportano come se fossero costantemente minacciate dal trauma. Reagiscono in modo violento e improvviso, non riescono a concentrarsi, hanno problemi di memoria e si sentono costantemente in pericolo. A volte, per alleviare il proprio stato di dolore, le persone si rivolgono al consumo di alcol o di droghe. Una persona affetta da PTSD può anche perdere il controllo sulla propria vita ed essere quindi a rischio di comportamenti suicidi.
Trattamento e terapia
Non esiste un
consenso generale sul modo di curare le persone affette da PTSD. Non è
neppure escluso che il PTSD si risolva anche senza specifici trattamenti, se
l’individuo è assistito e aiutato nell’ambiente familiare e comunitario e se
le sue condizioni personali lo permettono. Tuttavia, in generale, una forma
di trattamento è auspicabile prima che i sintomi degenerino in forme
croniche.
Il trattamento può
aversi essenzialmente su due livelli: quello farmacologico e quello
psicoterapeutico. In questo secondo caso, il NIMH e l’APA suggeriscono buoni
risultati ottenuti con le terapie del comportamento cognitivo, dove il
paziente impara metodi di gestione dell’ansia e della depressione e a
modificare comportamenti pericolosi, come quello del negarsi a rielaborare e
a vivere le proprie emozioni. Secondo queste istituzioni, anche le terapie
di gruppo e altre forme di psicoterapia hanno dato buoni risultati. La
lunghezza indicativa del trattamento è generalmente di 6-12 settimane, anche
se può variare fortemente a seconda delle condizioni, con follow-up nei
periodi successivi. Molto importante è il ruolo e il coinvolgimento della
comunità di appartenenza e della famiglia.
Il
National Center for PTSD americano sottolinea l’importanza di
eseguire una valutazione dettagliata caso per caso e di predisporre un
preciso piano terapeutico. Se il paziente si trova ancora in situazione di
crisi, ad esempio nel corso di una guerra o nel caso di una violenza
domestica, è necessario prima lavorare per rimuovere la causa dello stress e
poi effettuare il trattamento.
Un aspetto importante
sarebbe la consapevolezza che le vittime e le persone più ampiamente
coinvolte in un evento traumatico devono avere del PTSD. Il trattamento deve
quindi partire da una fase di educazione e di informazione dei superstiti e
delle loro famiglie sulla possibilità e sulle modalità di sviluppo del PTSD.
Riconoscere i sintomi nelle settimane successive, e agire rapidamente per
gestirli e trattarli è una componente che influenza fortemente il successo
del trattamento.