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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

salute e ambiente

Epidemiologia ambientale tra nuovi e vecchi rischi

8 settembre 2016 - Oltre 1500 partecipanti, provenienti da 55 Paesi, hanno preso parte alla 28ma edizione della conferenza della Società internazionale di epidemiologia ambientale (Isee), tenutasi a Roma dall’1 al 3 settembre 2016. Tre giorni in cui i sono stati presentati e discussi i risultati delle ultime ricerche sull’inquinamento ambientale e i suoi effetti sulla salute.

 

La conferenza, strutturata in sessioni plenarie e parallele, poster ed eventi collaterali, ha visto l’alternarsi di presentazioni dedicate alla discussione di nuovi dati e nuove tecniche, con analisi di alcuni aspetti specifici dell’epidemiologia ambientale.

 

Tra i temi discussi:

  • le differenze di genere rispetto alle esposizioni ambientali
  • le conseguenze sanitarie del cambiamento climatico in corso (dalle ondate di calore al riemergere delle malattie infettive)
  • gli effetti dei diversi inquinanti sull’assetto genetico ed epigenetico delle persone esposte
  • i limiti, le responsabilità pubbliche e i possibili conflitti d’interesse della ricerca in epidemiologia ambientale
  • l’influenza del verde pubblico e della mobilità sostenibile sulle condizioni di vita nelle nostre città. 

Il primo giorno è stato dedicato all’inquinamento dell’aria e alle sue conseguenze sulla salute. In particolare, Pier Alberto Bertazzi (Università di Milano) ha parlato dell’incidente di Seveso (luglio 1976) e del seguito di malattie, stress e contaminazioni diffuse nella comunità colpita dall’incidente, e Annette Peters (Helmholtz Zentrum di Monaco) ha presentato una rassegna sugli effetti che l’inquinamento atmosferico può avere sulla salute (dai tradizionali rischi respiratori e cardiovascolari, ai rischi di tumore, di diabete, malattie neurologiche e danni genetici ed epigenetici).

 

Tra gli interventi del secondo giorno: uno studio statunitense che mostra come, alle condizioni attuali, la frequenza di ondate di calore aumenterà di circa 80 volte nei prossimi 50 anni (con una impennata del rischio di morte del 20% durante questi eventi) e la presentazione a cura di Andy Haines (London School of Hygiene and Tropical Medicine) sugli effetti derivanti dall’aumento della desertificazione e dalla riduzione delle terre coltivabili. Nel corso della giornata si è parlato anche dell’importanza degli stili di vita (per esempio ridurre il consumo di carne a favore di frutta e verdura, o muoversi in bicicletta) e del loro impatto sull’ambiente. Uno studio italiano ha mostrato che una riduzione del consumo di carne ai livelli raccomandati ridurrebbe del 3,7% la mortalità per cancro del colon e del 3,3% per malattie cardiovascolari.

 

Nell’ultimo giorno di lavori si è parlato a lungo del metodo e delle finalità etiche e scientifiche dell’epidemiologia ambientale. In particolare, Joel Schwarz (Università di Harvard) ha discusso di nuovi metodi statistici e Roel Vermeulen (Università di Utrecht) ha illustrato le nuove tecniche utilizzate per tracciare le esposizioni agli agenti inquinanti fino al livello molecolare. La presentazione di Shira Kramer (Epidemiology International Inc) è stata invece incentrata sul ruolo pubblico dell’epidemiologia ambientale, mettendo in luce la missione etica e le responsabilità dell’epidemiologia ambientale nella difesa della salute pubblica dalle minacce ambientali.

 

La conferenza ha visto, infine, l’assegnazione del John Goldsmith Award for Outstanding Contributions to Environmental Epidemiology a Philippe Grandjean, epidemiologo dell’Università di Harvard per la sua scoperta della neurotossicità del mercurio sul feto e sul bambino e per la lunga e difficile battaglia che ha condotto per far accettare misure restrittive a questa forma di contaminazione.

 

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