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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Salute materno-infantile

Profilo di salute e fattori di rischio comportamentali nelle donne adulte italiane: un confronto di genere dai dati della sorveglianza Passi

Staff centrale Passi, Cnesps-Iss

Antonella Gigantesco, reparto Salute mentale, Cnesps-Iss

 

La salute percepita e i sintomi depressivi

7 marzo 2013 - Secondo i dati prodotti nel periodo 2008-2011 dal sistema di sorveglianza Passi, inerenti la popolazione adulta italiana di 18-69 anni, le donne percepiscono positivamente il proprio stato di salute meno frequentemente degli uomini (solo 63% delle donne percepisce buono o molto buono il proprio stato di salute contro il 72% degli uomini), dichiarano in media più giorni vissuti in cattiva salute (6,6 giorni complessivi nel mese precedente l’intervista contro i 3,6 dichiarati dagli uomini) sia per motivi fisici che psicologici; anche la prevalenza di donne con probabili sintomi depressivi è significativamente più elevata (9,2% nelle donne vs 4,5% negli uomini). L’associazione della depressione con il sesso femminile è stata osservata praticamente in tutti gli studi di prevalenza sui disturbi mentali. In genere il rapporto tra prevalenza dei disturbi depressivi negli uomini e nelle donne è di 1 a 2. Recenti rassegne hanno messo in evidenza che la maggiore frequenza di depressione nelle donne comincia in età adolescenziale, subito dopo il menarca (primo flusso mestruale). La maggior parte delle ricerche hanno anche osservato una maggiore frequenza di ricadute e una più elevata resistenza al trattamento nelle donne. L’eccesso di depressione nelle donne si riscontra sia in studi di popolazione come l’Esemed sia in studi condotti tra le persone che si rivolgono al proprio medico di famiglia; questa differenza non può quindi essere dovuta a una maggiore propensione delle donne a richiedere aiuto a parità di problemi. Le sole cause biologiche non sono sufficienti a spiegare le differenze nella vulnerabilità alla depressione, giocano un ruolo fondamentale anche i fattori psicosociali. Ad esempio è stato visto che nelle donne sposate, l’ereditabilità della depressione è meno elevata che nelle donne single; il matrimonio potrebbe quindi proteggere dalla suscettibilità genetica.

 

Le differenze di genere nella salute percepita e nei sintomi depressivi sono confermati anche con analisi multivariate che controllano per caratteristiche socio-anagrafiche (età, titolo di studio, difficoltà economiche, cittadinanza, stili di vita e patologie croniche da diagnosi riferita). Alla peggiore percezione dello stato di salute, non corrisponde tuttavia una maggiore prevalenza di diagnosi di patologie croniche: la frequenza di persone che riferisce di aver ricevuto da un medico almeno una fra le diagnosi di patologie croniche indagate da Passi (tumori, cardiopatie, malattie respiratorie, ischemie cerebrovascolari, malattie croniche del fegato, diabete e insufficienza renale) è analoga fra uomini e donne (pari a circa il 18%), tuttavia significativamente più alta risulta la prevalenza di donne che riferisce una diagnosi tumorale (4,4% vs 2,3%) mentre significativamente più basse le prevalenze di donne che riferiscono un infarto/ischemia cardiaca e una diagnosi di diabete (rispettivamente nelle donne 3,0% e 4,2%, e negli uomini 4,6% e 5,3%).

 

I fattori di rischio comportamentali e l’attenzione alla prevenzione

Sotto il profilo dei fattori di rischio comportamentali, dai dati Passi emerge che le donne adottano mediamente stili di vita più salutari: ad eccezione della sedentarietà che riguarda una quota poco più alta di donne (32% vs un 28% degli uomini), fra le donne sono meno frequenti l’abitudine al fumo (24% vs 34% degli uomini), il consumo di alcol a maggior rischio (11% vs 23% degli uomini) e l’obesità (10% vs 11%). Le donne sono inoltre mediamente più attente alla prevenzione dei fattori di rischio cardiovascolare e più frequentemente degli uomini riferiscono di aver misurato la pressione arteriosa e il colesterolo nel sangue e riferiscono meno diagnosi di ipertensione e ipercolesterolemia.

 

Anche in tema di sicurezza stradale le donne sono più attente: molto meno frequentemente degli uomini guidano sotto l’effetto dell’alcol (3% vs 14%) e utilizzano più spesso la cintura anteriore (86% vs 81% fra gli uomini). Inoltre sembrano avere maggiore consapevolezza del rischio di infortunio in casa (8% vs 5%) e peraltro, più degli uomini, ne restano vittime.

 

Qualche considerazione

I dati Passi mostrano che le donne sono mediamente più attente alla salute e alla prevenzione delle malattie croniche e degli infortuni/incidenti, adottano stili di vita più salutari degli uomini (da sempre), ma complessivamente si definiscono meno soddisfatte del proprio stato di salute e denunciano più giorni vissuti in cattiva salute sia per motivi fisici che psicologici. Ciò malgrado le donne non mostrino prevalenze di patologie croniche significativamente diverse dagli uomini, anzi cardiopatie e diabete sono meno frequenti mentre la maggiore prevalenza di diagnosi neoplastiche trova spiegazione nella maggiore incidenza e sopravvivenza del tumore della mammella, il più frequente fra le donne, rispetto alla sopravvivenza di tumori in altre sedi negli uomini. Del resto la maggiore prevalenza fra le donne di sintomi depressivi, che studi clinici confermano anche fra i casi francamente diagnosticati, è improbabile che da sola spieghi la minore soddisfazione delle donne del proprio stato di salute e il maggior numero di giorni vissuti in cattiva salute per problemi fisici.

 

Alla percezione di salute denunciata dalle donne concorrono presumibilmente diverse componenti. Il modello culturale storico ma ancora attuale nel nostro Paese che assegna alle donne l’onere maggiore della cura dei propri cari (figli, compagni, genitori anziani), se da una parte può rendere le donne più sensibili ai problemi di salute e dei rischi ad essa connessi e quindi consapevoli del proprio stato di benessere psicofisico, dall’altra comporta un reale maggior carico di lavoro da supportare (lavoro, famiglia, casa) aggravato peraltro dalle differenze di genere a svantaggio delle donne ancora presenti nel mercato del lavoro (in termini di accesso, retribuzione, possibilità di carriera) con conseguenze reali sullo stato di benessere psicofisico. Lo stesso modello culturale considera peraltro “biasimevole” per la figura maschile la denuncia di limiti o sofferenze legate a problemi di salute (se non quando francamente invalidanti) mentre lo è meno per le donne.

 

Reale o fittizia che sia la differenza di genere nella salute percepita, in ogni caso è auspicabile che il vantaggio finora goduto dalle donne per l’adozione di stili di vita più salutari non si annulli per l’adozione di modelli “maschili” in nome di una pseudo emancipazione femminile, cosi come è accaduto per l’abitudine al fumo in alcune generazioni. Oggi, ad esempio, le generazioni di donne più anziane che hanno iniziato a fumare come segno di emancipazione, ma anche le giovani donne socialmente più svantaggiate, hanno di fatto annullato, in alcune realtà territoriali, le differenze di genere incrementando la prevalenza di fumatrici e già da qualche anno si osserva un lento e continuo aumento dell’incidenza del tumore del polmone anche fra le donne.

 

Figura 1: Il profilo di salute e i fattori di rischio comportamentali. Dati Passi 2008-2011: Donne e Uomini. Prevalenze e relativi IC95%.