Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Salute materno-infantile

Mortalità infantile in riduzione, ma non abbastanza

Revisione a cura di Antonietta Filia – Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute, Cnesps-Iss

 

24 novembre 2016 - Uno studio pubblicato su The Lancet, dal titolo “Global, regional, and national causes of under-5 mortality in 2000–15: an updated systematic analysis with implications for the Sustainable Development Goals”, fornisce il quadro aggiornato e completo della mortalità infantile nel mondo.

 

L’indagine, finanziata dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e dalla Fondazione Bill & Melinda Gates e condotta da ricercatori della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, della London School of Hygiene and Tropical Medicine, del China National Office of Maternal and Child Health Surveillance e della Sichuan University, oltre che dell’Oms stessa, riporta i dati relativi al periodo 2000-2015, dei 194 Stati membri.

 

Le stime

Secondo le stime del gruppo di esperti, nel 2015 si sono verificati nel mondo 5,9 milioni di decessi tra i bambini sotto i 5 anni, quasi la metà (2,7 milioni, 45,1%) dei quali tra i neonati (primi 28 giorni di vita).

 

Rispetto al 2000, nel 2015 si sono registrati oltre 4 milioni di morti in meno, grazie soprattutto alla riduzione di mortalità per polmonite, diarrea, morte durante il parto, malaria e morbillo. Nel periodo considerato, ciascuna di queste cause si è ridotta di circa un terzo. Tuttavia, alcune di queste continuano ad essere tra le principali responsabili della mortalità infantile. Globalmente, le principali cause di morte nei bambini sotto i 5 anni di età sono state le complicanze del parto pretermine (1,1 milioni, 17,8% del totale), la polmonite (0,9 milioni, 15,5% del totale) e eventi durante il parto (0,7 milioni, 11,6% del totale).

 

Inoltre, nonostante i progressi, l’obiettivo n. 4 dei Millennium Development Goals (Mdg) – ridurre entro il 2015 la mortalità dei bambini sotto i 5 anni di due terzi rispetto al 1990 – non è stato raggiunto, soprattutto perché la riduzione globale della mortalità neonatale non è stata sufficiente. Infatti, se tra i neonati si fosse ottenuta una riduzione di mortalità della stessa portata di quella osservata tra i bambini più grandi, si sarebbe raggiunto l’obiettivo n. 4 dei Mdg.

 

Le disuguaglianze di salute

Dallo studio emergono chiaramente disuguaglianze di salute, con tassi nazionali di mortalità infantile che variano da 1,9 a 155,1 decessi per 1000 nati vivi, e con il 60,4% dei decessi (3, 6 milioni) concentrati in 10 Paesi soltanto.

 

Nei Paesi svantaggiati – con ≥100 decessi per 1000 nati vivi– che si collocano tutti nell’Africa subsahariana (Angola, Repubblica Centrafricana, Chad, Mali, Nigeria, Sierra Leone e Somalia), le cause più frequenti di mortalità sono la polmonite, la malaria e la diarrea. Sono tutte cause prevenibili con interventi semplici e relativamente poco costosi come l’allattamento al seno, le vaccinazioni specifiche, la profilassi antimalarica, la potabilizzazione dell’acqua e le misure di igiene.

 

Al momento, 114 Paesi hanno raggiunto un tasso di mortalità nei bambini sotto i 5 anni di età, inferiore o uguale a 15 decessi per 1000 nati vivi, che corrisponde all’obiettivo 3.2 dei Sustainable Development Goals.

 

Nei Paesi con i tassi minimi di mortalità (<10 decessi per 1000 nati vivi) le cause più frequenti di morte sono state le anomalie congenite, le complicanze associate al parto pretermine, e incidenti traumatici. Anche queste cause possono essere controllate (per le anomalie congenite affinando la diagnosi prenatale e le tecniche chirurgiche; per le complicanze legate al parto pretermine migliorando l’assistenza sanitaria durante la gravidanza e il parto; per gli incidenti con interventi di prevenzione mirati e di provata efficacia).

 

Dati reali o stime?

Uno degli aspetti più interessanti del dibattito suscitato dallo studio riguarda la provenienza e la qualità dei dati utilizzati dal gruppo di lavoro che dichiara di aver fatto riferimento ai registri anagrafici e alla migliore letteratura scientifica disponibile. Precisa di aver affinato, in questo aggiornamento, l’accuratezza degli indicatori utilizzati per individuare i tassi di mortalità specifica soprattutto per quello che riguarda le malattie infettive e di aver potuto disporre del 43% in più di dati reali sulle cause di morte neonatale e del 23% in più sulle cause di morte entro i 5 anni.

 

Quando i dati reali erano incompleti o carenti, si è comunque fatto ricorso agli opportuni modelli statistici per estrapolare le stime. Ovviamente questa situazione è più comune proprio nei Paesi svantaggiati, dove i registri di nascita e di morte sono meno organizzati, dove si concentra la maggior parte dei decessi e dove, d’altra parte, sarebbe importante avere stime precise per indirizzare al meglio le politiche sanitarie. Nel suo editoriale di accompagnamento all’articolo Peter Byass, epidemiologo dell’Università di Umeå in Svezia e dell’Università di Stellenbosch in Sud Africa, constata un sostanziale accordo tra questa analisi e quella recente del Global Burden of Disease Study (GBD), per quanto abbiano adottato un approccio diverso, e conclude che le stime sono valide. Tuttavia, sottolinea che la carenza informativa di dati a livello individuale è, per i Paesi svantaggiati, non meno grave del fatto che in quei luoghi ci sia ancora un elevato tasso di mortalità.

 

Risorse utili