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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Salute mentale

Il fenomeno suicidario in Italia

Monica Vichi e Susanna Conti - Ufficio di Statistica, Cnesps-Iss

 

18 settembre 2014 - Secondo le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), riportate nel primo rapporto globale sulla prevenzione del suicidio “Preventing suicide. A global Imperative”, nel 2012 nel mondo sono state circa 800.000 le persone che si sono tolte la vita e il tasso (standardizzato rispetto alla popolazione mondiale) è stato pari a 11,4 per 100.000 (15,0 per gli uomini e 8,0 per le donne). In Italia, le morti per suicidio sono state circa 4000, corrispondenti a un tasso standardizzato di 4,7 per 100.000 abitanti (7,6 per gli uomini e 1,9 per le donne). L’Italia si colloca quindi tra i Paesi con i più bassi livelli di suicidialità sia a livello mondiale che europeo.

 

Figura: Tassi di suicidialità standardizzati per età (per 100.000 abitanti), uomini e donne. 2012

 

Fonte: Oms, Preventing suicide. A global Imperative (2014)

 

Genere ed età delle persone morte per suicidio nel nostro Paese*

In Italia, quasi l’80% dei morti per suicidio sono uomini, con un rapporto di genere (uomini/donne) che è andato aumentando linearmente nel tempo, passando da 2,1 nel 1980 a 3,8 nel 2011.

 

In termini assoluti anche in Italia, come nel resto del mondo, la quota maggiore di suicidi si registra tra le persone anziane: circa una persona  suicida su 3 ha più di 70 anni, con una proporzione analoga per i due generi. Tuttavia, in termini relativi, i suicidi rappresentano solo lo 0,2% del totale dei decessi tra gli italiani ultrasettantenni, mentre arrivano a rappresentare il 12% delle morti tra i giovani di 15-29 anni.

 

Il suicidio in Italia rappresenta la seconda causa di morte più frequente tra gli uomini di 15-29 anni, con un numero di vittime analogo a quello causato dai tumori (13% del totale) e inferiore solo a quello causato dagli incidenti stradali (35% del totale); per le donne della stessa età invece, la mortalità per suicidio si colloca al terzo posto nella graduatoria delle cause di decesso, con una proporzione analoga a quella delle malattie cardiovascolari (8% del totale) e preceduta soltanto dai decessi per tumori (26%) e per incidenti stradali (24%).

 

Modalità del gesto autolesivo*

Nel nostro Paese, l’impiccagione è il mezzo più frequentemente usato dagli uomini per togliersi la vita: la metà dei suicidi nel 2011 è stata attuata con questa modalità. L’uso di armi da fuoco (16% del totale) e la precipitazione da luoghi elevati (15%) hanno rappresentato le altre due modalità più frequenti tra i suicidi maschili. Anche tra le donne l’impiccagione è uno dei metodi più frequenti (31%) insieme alla precipitazione (34%); l’annegamento (9%) e l’avvelenamento da farmaci (7%) sono, invece, meno frequenti ma non trascurabili.

 

Inoltre, a differenza di quanto si registra in altri Paesi, in Italia, i decessi causati da avvelenamento da pesticidi e da altre sostanze chimiche rappresentano una proporzione piuttosto bassa del totale dei suicidi (1,5% tra gli uomini e 3,8% tra le donne).

 

Indicazioni per la prevenzione

Nel 2013 l’Assemblea dell’Oms ha adottato il “Mental health action plan 2013–2020” che indica tra gli obiettivi, da raggiungere entro il 2020, la riduzione del 10% del tasso di suicidio. Le azioni efficaci per la prevenzione, ribadite anche nel report “Preventing suicide: a global imperative”, contemplano la restrizione della disponibilità e accesso ai mezzi utilizzati per attuare il suicidi (in primo luogo le armi da fuoco), la predisposizione di barriere che impediscano la caduta da luoghi elevati (quali viadotti, ponti, ecc) e l’implementare di politiche per la riduzione dell’abuso di alcol e droghe.

 

L’Oms rimarca anche l’importanza di promuovere un atteggiamento responsabile da parte dei media per ciò che concerne le informazioni sui casi di suicidio e, a questo riguardo, sottolinea che maggiori sforzi andrebbero fatti per migliorare le strategie comunicative, evitando per esempio l’uso di un linguaggio sensazionalistico e la presentazione dell’atto suicida come la soluzione di un problema, ma anche evitando di mostrare immagini e di descrivere il metodo utilizzato. Sarebbe invece utile, in questi casi, fornire informazioni su dove trovare aiuto in caso di bisogno (leggi in proposito anche la pubblicazione Oms “Preventing Suicide. A Resource for Media Professionals”).

 

Fondamentale è anche il follow-up e la presa in carico delle persone che hanno in passato tentato il suicidio perché soggetti ad alto rischio di ripetizione dell’atto con esiti letali; nell’ambito della programmazione di politiche d’intervento, occorre poi tener conto che il decesso per suicidio si ripercuote con effetti destabilizzanti sulle persone con le quali il soggetto era in relazione. Quindi, particolare attenzione andrebbe posta anche alle azioni di supporto dirette alla rete familiare e affettiva delle persone decedute per suicidio.

 

Infine, va menzionato che, come indicato anche dall’Oms, la malattia psichiatrica non è l’unico fattore di rischio per il suicidio, pertanto le politiche di prevenzione del suicidio non possono essere confinate al solo ambito sanitario ma devono tener conto anche dei potenziali fattori di rischio a livello di contesto sociale e relazionale.

 

Nota

* Elaborazioni dell’Ufficio di Statistica su dati Istat dell’indagine “decessi e cause di morte”. Anno di riferimento 2011; per il trend si veda anche il WHO mortality database.

 

Risorse utili