Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Politiche sanitarie

L’epidemiologia all’alba dei primi 40 anni del Servizio sanitario nazionale

18 dicembre 2018

L’epidemiologia nei servizi di sanità pubblica

 

Dopo i successi della campagna di vaccinazione antipolio del 1964, quando alla fine degli anni Settanta le Regioni si trovano a dover implementare la legge 833/1978, il lavoro degli igienisti negli uffici sanitari comunali appare inaridito, assorbito da adempimenti sempre più lontani da obiettivi di salute: libretti sanitari per alimentaristi, certificati, schede di notifiche che non si trasformano né in azione né in informazione. L’epidemiologia che inizia a diffondersi in Italia, come insieme di metodi per la ricerca eziologica, si affaccia su questo mondo come una speranza o una minaccia.

 

Ai primi anni Ottanta, l’implementazione effettiva della riforma sembra credere e investire nell’epidemiologia: è tempo di creare epidemiologi. Mentre i centri di ricerca, prima fuori dell’accademia e poi dentro di essa, raggiungono un buon livello di competenze grazie alla collaborazione internazionale, per il Servizio sanitario nazionale (Ssn) è il giovane Laboratorio di epidemiologia dell’Istituto superiore di sanità (Iss) a inaugurare un’attività di formazione basata su metodi di studio e tecniche statistiche, con una didattica innovativa che associa lezioni frontali a esercitazioni. Spesso però, per gli igienisti delle Usl, l’entusiasmo iniziale si abbina alla delusione, per le difficoltà a calare questa teoria nella pratica quotidiana dell’igiene pubblica. Ad esempio, a Napoli c’è urgenza di affrontare focolai epidemici di parassitosi, malattie a contagio oro-fecale e ritardi nelle vaccinazioni, in una città in cui le attività di immunizzazione erano state sospese nel 1979 durante un’epidemia di bronchioliti (chiamata “male oscuro”) che aveva colpito bambini nel primo anno di vita e provocato allarme mediatico e sociale. C’era dunque una possibilità di utilizzare l’epidemiologia come strumento per individuare e affrontare i problemi che si presentano sul terreno, per la salute pubblica, qui e ora? Sarebbero serviti anni di lavoro, sperimentazioni, errori per ottenere una risposta.

 

Una cerniera tra igiene pubblica e salute della popolazione

Un periodo fecondo sono gli anni Novanta, in cui il Laboratorio di epidemiologia dell’Iss dà grande impulso alla sorveglianza delle malattie infettive e al potenziamento delle vaccinazioni con i prototipi delle anagrafi vaccinali informatizzate, il lavoro sull’epatite B o il “progetto pertosse”, le sorveglianze speciali sulle malattie infettive. In quegli anni, le vaccinazioni diventano un presidio centrale per le aziende sanitarie, il budget decuplica, si valutano le coperture, si mettono in piedi le anagrafi informatizzate, la sorveglianza sulle malattie prevenibili con vaccino (tra cui Influnet), si indagano i focolai, si attua l’accreditamento dei centri vaccinali. Non è un processo uniforme sul territorio ma lentamente, grazie all’epidemiologia, nella Usl (che intanto è divenuta azienda) la sanità pubblica si ritaglia un ruolo: si lega alla scuola e accresce la propria reputazione presso il mondo clinico e sanitario, perché finalmente è in grado di parlare in termini di salute, piuttosto che di adempimenti. Asl, ospedali, comuni e altre agenzie territoriali possono individuare e condividere obiettivi di salute realistici e utilizzare la sorveglianza per misurare i progressi.

 

Una nuova rete di alleanze

Ma da cosa nasce tutto questo movimento, questo entusiasmo, questa passione per la salute? Dal legame tra epidemiologia e azione: l’indagine di campo consente di rispondere agli allarmi della popolazione, le sorveglianze permettono di stimare la dimensione dei problemi, descriverne la distribuzione geografica, i trend, riconoscere focolai epidemici, valutare le misure di controllo e l’impatto di salute dei programmi, facilitare la panificazione e l’individuazione degli obiettivi. Operando in condizioni non controllate, ottengono spesso risultati che non consentono generalizzazioni ma che sono abbastanza precisi da poter segnalare i problemi ed evidenziare le priorità per supportare i decisori e pian piano costruire una rete di relazioni all’interno e all’esterno dei servizi sanitari, con il mondo della clinica e dell’industria, ma anche con i comuni, la scuola, l’ambiente, le attività produttive.

 

Dalle malattie infettive agli altri problemi di salute

Questo paradigma può estendersi anche ad altri ambiti: i comportamenti e le condizioni a rischio come fumo o sedentarietà, eventi acuti come gli incidenti, i difetti congeniti o i tumori. Un cammino accidentato, che però costituisce un patrimonio per le aziende sanitarie: obiettivi e programmi di salute, al posto di burocrazia e adempimenti formali.

 

A questo proposito, ritornando all’inizio della storia: è emblematico il programma di ricerca e intervento sulla evidence based prevention portato avanti proprio nei dipartimenti di prevenzione delle Asl, che ha dato il via al movimento per l’abolizione dell’obbligo di molti adempimenti sanitari inutili. Così come lo stesso sito web EpiCentro, ideato su richiesta dei dipartimenti di prevenzione, non come una vetrina, ma come strumento per la pratica della sanità pubblica.