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Vaccini e vaccinazioni

L’autismo inizia nel grembo materno

17 aprile 2014 - I ricercatori dell’Autism Center of Excellence e del Dipartimento di Neuroscience dell’Università di San Diego (Usa) hanno individuato nell’autismo anomalie nell’architettura laminare della corteccia cerebrale e l’hanno ricondotte ad alterazioni della differenziazione e nell’organizzazione delle cellule nervose che intervengono in fase prenatale, durante lo sviluppo del cervello.

 

I risultati sono stati ottenuti su tessuti cerebrali autoptici di 11 bambini con autismo o altrettanti bambini normali di controllo, deceduti tra i 2 e i 15 anni. I tessuti sono stati studiati valutando i marcatori tipici delle cellule del sistema nervoso (neuroni e cellule della glia, quest’ultime dotate di funzioni di rivestimento e di sostegno delle cellule nervose vere e proprie) e determinando l’espressione di 25 geni candidati per l’autismo. Zone delle dimensioni di alcuni millimetri con organizzazione corticale anomala, alternate a zone di corteccia integra, sono state riscontrate in 10 cervelli di bambini con autismo, senza apparente relazione con la variante di malattia presente, e soltanto in 1 cervello di controllo. Erano caratterizzate da un minor numero di cellule che esprimevano i marcatori attesi per un determinato strato della corteccia o da una ridotta espressione di geni candidati per l’autismo. Dei 6 strati della corteccia, i più compromessi erano il quarto e il quinto. Un aspetto interessante è che queste zone, di cui è stata anche effettuata una ricostruzione tridimensionale, si localizzavano soprattutto a livello della corteccia prefrontale ma anche della corteccia temporale, deputate a funzioni relazionali ed emozionali disturbate nell’autismo.

 

Questo studio è importante perché fornisce un duplice contributo alla medicina: da un lato apre a ipotesi, finora poco o nulla esplorate, su meccanismi genetici e/o congeniti dell’autismo; dall’altro contribuisce a respingere associazioni causali prive di fondamento scientifico, come quella che attribuisce l’insorgenza di questa condizione all’esposizione ai vaccini praticati in età pediatrica.

 

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