Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

Aprile 2001

Sorveglianze nazionali -L’interruzione volontaria di gravidanza in Italia

Angela Spinelli e Michele Grandolfo -Laboratorio di Epidemiologia e Biostatistica 

 

Nel 1978 è stata approvata in Italia la Legge 194 "Norme per la tutela della maternità e sull'interruzione volontaria di gravidanza" che regola le modalità del ricorso all'aborto volontario. Grazie a essa qualsiasi donna, per motivi di salute, economici, sociali o familiari, può richiedere l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) entro i primi 90 giorni di gestazione. L'intervento può essere effettuato presso le strutture pubbliche del Sistema Sanitario Nazionale e le strutture private convenzionate e autorizzate dalle regioni.

 

Dal 1980 è in funzione presso il Laboratorio di Epidemiologia e Biostatistica dell’Istituto Superiore di Sanità, il sistema di sorveglianza epidemiologica dell’IVG. Tale sistema si basa sulla rilevazione trimestrale effettuata dagli uffici competenti degli Assessorati regionali alla Sanità, in cui i dati, contenuti nei modelli D12/ISTAT, vengono aggregati su appositi questionari. Tale aggregazione è effettuata in funzione delle principali caratteristiche socio-demografiche delle donne (età, residenza, stato civile, storia riproduttiva) e secondo le principali caratteristiche dell’intervento (settimana di gestazione, urgenza, luogo di certificazione, luogo e tipo di intervento, durata della degenza e complicanze immediate). Queste informazioni vengono inviate all’ISS, che provvede al controllo dei dati e alla loro analisi, per valutare il trend spazio-temporale del fenomeno e l’evoluzione delle caratteristiche delle donne che abortiscono. Sulla base delle analisi di questi dati viene predisposta annualmente dall’ISS e dal Ministero della Sanità una relazione che il Ministro della Sanità presenta al Parlamento. L’Italia è attualmente uno dei Paesi al mondo che dispone dei dati più accurati e aggiornati.

 

In questi anni, dopo un incremento iniziale dell’incidenza del fenomeno, fino a 234 000 IVG nel 1982 (pari a un tasso di abortività di 17,2 per 1 000 donne in età 15-49 anni e a un rapporto di abortività di 380,2 per 1 000 nati vivi), si è osservata una costante diminuzione, arrivando a 139 000 IVG del 1999 (tasso di abortività pari a 9,9 per 1 000 e rapporto di abortività pari a 266,9). Questa riduzione corrisponde a una variazione percentuale di -42% per il tasso di abortività e di -30% per il rapporto nell’arco di 15 anni e a circa 100 000 donne in meno che ricorrono annualmente all’IVG.

 

L’incidenza del fenomeno è simile a quella di altri Paesi dell’Europa nord-occidentale (i tassi di abortività variano da 6,5 per 1 000 in Olanda a 18,7 in Svezia), ma di molto inferiore ai dati dei Paesi dell’Europa orientale (che presentano spesso tassi intorno a 50 per 1 000) e degli Stati Uniti (22,9 per 1 000).

 

Come per molti altri fenomeni sanitari esistono delle differenze all'interno del Paese tra regioni e tra aree geografiche: nel 1999 il tasso di abortività è risultato essere 9,6 per 1 000 al Nord, 11,0 al Centro, 10,5 al Sud e 7,8 nelle Isole. La diminuzione del fenomeno si è osservata ovunque e vi è una tendenza all’assottigliarsi delle differenze nel tempo (Tabella). I maggiori decrementi si sono verificati nelle regioni dove è stato più elevato il ricorso al consultorio familiare per la certificazione pre-IVG. Inoltre, l'ISS ha stimato, con modelli matematici, la persistenza di una certa quota di aborto clandestino (27 000 nel 1998) che si distribuisce in maniera eterogenea sul territorio nazionale con una maggior frequenza nelle regioni del Sud. Applicando le stesse procedure nel 1983 erano stati stimati circa 100 000 aborti clandestini. Quindi, anche per questo fenomeno è stata stimata una diminuzione di due terzi (1, 2).

Dagli studi sino a oggi effettuati (3) si è osservato che il ricorso all'IVG non è nella maggioranza dei casi una scelta di elezione, bensì una conseguenza dell’incapacità concreta di regolare la fecondità con altri metodi, nonostante vi sia una disposizione positiva verso la contraccezione (oltre il 70% delle donne che abortiscono aveva fatto ricorso a un metodo contraccettivo al momento del concepimento, prevalentemente il coito interrotto). Ciò è confermato dall’andamento delle IVG ripetute, nettamente al di sotto di quello stimato, con modelli matematici, assumendo costanti nel tempo i comportamenti per la regolazione della fecondità (4).

 

Esistono certamente sottopopolazioni in cui il ricorso all'aborto risulta più elevato: le donne con figli, quelle con titolo di studio più basso e le casalinghe. Le riduzioni più consistenti del fenomeno sono state osservate tra le donne coniugate, tra quelle di età compresa tra i 25 e i 34 anni (Figura) e quelle con figli (5).

 

Inoltre, negli ultimi anni si sta evidenziando un incremento del numero di interruzioni volontarie di gravidanza richiesto da donne straniere immigrate in Italia. Infatti, delle 138 357 IVG del 1998, 13 826 (pari al 10%) sono state effettuate da cittadine straniere, mentre nel 1996 le straniere che hanno fatto ricorso all’IVG sono state 9 850. L’aumento numerico delle IVG effettuate da donne straniere è sicuramente dovuto all’aumento della loro presenza in Italia: i permessi di soggiorno, ad esempio, secondo i dati ISTAT, sono passati da 678 000 nel 1995 a 1 100 000 nel 1999. Utilizzando una stima delle donne immigrate di età 18-49 anni l’ISTAT ha inoltre calcolato che il tasso di abortività in questa popolazione era pari a 28,7 nel 1998, circa tre volte superiore a quello osservato tra le cittadine italiane. Il contributo delle donne straniere al numero di IVG in Italia potrebbe essere la causa principale dell’attuale fase di stabilizzazione dell’incidenza del fenomeno. Infatti, se si considerano solo le cittadine italiane, l’aborto risulta essere ancora in diminuzione: 127 700 IVG richieste da donne italiane nel 1996 e 123 728 nel 1998, anni più attendibili perché i casi in cui manca l’informazione della cittadinanza sono pochi (6).

 

In conclusione, la riduzione del fenomeno trova giustificazioni nella sostanziale modificazione della tendenza al ricorso all’aborto a favore di un maggiore e migliore uso dei metodi per la procreazione responsabile; inoltre, un ruolo decisivo è svolto dai consultori familiari. Tenendo conto delle caratteristiche socio-demografiche delle donne che maggiormente contribuiscono al fenomeno, sono ipotizzabili ampi margini di riduzione, anche attraverso un potenziamento dei suddetti servizi.

 

Riferimenti bibliografici

1. Relazione del Ministro della Sanità sulla attuazione della legge contenente norme per la tutela della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (legge 194/78): dati preliminari 1999, dati definitivi 1998. Luglio 2000.

2. Figà Talamanca I., Spinelli A. Contraccez Fertil Sessual 1986; 13: 263-9.

3. Grandolfo M.E., Spinelli A., Donati S., Pediconi M., Timperi F., Stazi M.A., Andreozzi S., Greco V., Medda E., Lauria L. Epidemiologia dell’interruzione volontaria di gravidanza in Italia e possibilità di prevenzione. Roma: Istituto Superiore di Sanità; 1991. Rapporti ISTISAN 91/25.

4. De Blasio R., Spinelli A., Grandolfo M.E. Ann Ist Super Sanità 1988; 24: 331-8.

5. Spinelli A., Boccuzzo G., Grandolfo M.E., Buratta V., Pediconi M., Donati S., Frova L., Timperi F. Ann Ist Super Sanità 1999; 35: 307-14.

6. Boccuzzo G. editor. L'abortività volontaria in Italia. Tendenze e comportamenti degli anni ’90. Informazioni n. 3. Roma: ISTAT; 2000.