Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

novembre 2006

I comportamenti e gli atteggiamenti riguardo al fumo tra i dipendenti dell'ospedale Bufalini di Cesena: analisi della situazione e prospettive di intervento

Nicoletta Bertozzi, Elizabeth Bakken, Francesca Righi, Patrizia Vitali, Mauro Palazzi e il Gruppo Epidemiologia in Azione*

Dipartimento di Sanità Pubblica, AUSL Cesena

 

Il fumo è stato individuato dall’OMS come principale causa di mortalità evitabile: a esso sono attribuibili circa il 15% di tutti i decessi, l’80% dei tumori polmonari e il 30% di infarti del miocardio e di bronchiti croniche (1). Esiste, attualmente, anche una sufficiente evidenza scientifica degli effetti nocivi del fumo passivo sulla salute (2, 3). L’ospedale e gli altri luoghi di cura della salute sono gli ambienti ideali in cui promuovere stili di vita sani, sia riducendo l’abitudine al fumo da parte dei dipendenti sia eliminando l’esposizione al fumo passivo negli operatori e nei pazienti/utenti della struttura (4). L’azienda USL di Cesena è da tempo impegnata ad attuare strategie efficaci per mantenere gli ambienti sanitari liberi dal fumo e promuovere nel personale sanitario una consapevolezza sempre maggiore rispetto a questo problema, al fine di migliorare la salute.

Con l’intento di offrire nuovi stimoli per la verifica dei risultati degli interventi già in atto da diversi anni e spunti per il loro successivo sviluppo, è stata realizzata un’indagine conoscitiva sull’abitudine al fumo e la percezione del rischio a questa correlato tra i dipendenti dell’Ospedale Bufalini di Cesena, coordinata dal Servizio di Epidemiologia e Comunicazione della USL di Cesena. Gli obiettivi specifici dell’indagine trasversale condotta comprendevano: descrivere i comportamenti rispetto al fumo tra i dipendenti ospedalieri, gli atteggiamenti nei confronti del divieto di fumo nei luoghi di lavoro, la volontà di smettere di fumare tra i fumatori e i fattori che hanno contribuito a far smettere di fumare gli ex-fumatori. Un ulteriore obiettivo era quello di delineare gli atteggiamenti del personale sanitario verso i pazienti fumatori e le necessità di formazione per attuare interventi efficaci per la disassuefazione dal fumo all’interno dell’ASL.

La ricerca ha coinvolto un campione casuale semplice di 204 dei 1.876 dipendenti dell’Ospedale Bufalini, estratto dalla lista informatizzata dei dipendenti dell’Azienda USL di Cesena. Nella giornata del 1 dicembre 2005, ai dipendenti selezionati è stato somministrato un questionario standardizzato da parte dei 24 partecipanti a un corso di formazione in epidemiologia applicata organizzato dall’Azienda sanitaria. Nel corso della rilevazione si è reso necessario procedere a 20 sostituzioni (10%), effettuate in base a sesso e profilo professionale, delle quali 16 per mancato reperimento, 2 per rifiuto e 1 rispettivamente per impegni lavorativi e mancanza di interesse. In base al confronto condotto valutando sesso, classi d’età e qualifiche professionali, il campione selezionato è risultato essere rappresentativo della popolazione dei dipendenti dell’Ospedale Bufalini. Tra gli intervistati sono prevalsi i dipendenti giovani (66% nella fascia di 18-44 anni vs 34% in quella 45- 64 anni) e le donne (72% vs 28%). Il titolo di studio rilevato con maggior frequenza è risultato il diploma di scuola media superiore (47%), seguito da laurea (38%) e diploma di scuola media inferiore (15%). Il 43% degli intervistati ricopriva un ruolo professionale di infermiere od ostetrico, il 19% di operatore di supporto, il 16% di medico, il 12% di tecnico sanitario, il 7% di amministrativo e il rimanente 3% dichiarava altre qualifiche.

In base alle definizioni utilizzate dai Centers for Diseases Control and Prevention (CDC) di Atlanta (5), è stato considerato fumatore chi ha fumato almeno 100 sigarette nel corso della vita ed ex fumatore chi non fuma più da almeno 6 mesi. Due dipendenti, che avevano smesso di fumare da meno di 6 mesi, non sono stati pertanto considerati nelle elaborazioni relative all’abitudine al fumo. Circa un intervistato su tre ha dichiarato di essere “fumatore” (31%), uno su quattro “ex fumatore” (23%) e la restante parte “non fumatore” (46%). La percentuale di fumatori più elevata si è riscontrata tra i dipendenti più giovani (34% nella fascia 18-44 anni vs 25% nella fascia 45-64 anni) e tra le donne (32% vs 27%). Valutando le categorie professionali, la percentuale di fumatori più elevata (42%) si è registrata tra gli operatori di supporto, a seguire infermieri e ostetriche (36%), medici (22%), amministrativi (21%) e infine tecnici sanitari (17%). L’abitudine al fumo è risultata significativamente maggiore negli operatori che effettuano turni di lavoro notturni (38% vs 23%).

Rispetto ai 62 fumatori intervistati, il 70% ha dichiarato di fumare sul luogo di lavoro; relativamente agli ambienti, il 64% dei fumatori ha riferito di fumare in spazi esterni (terrazze, scale, ecc.), il 43% in spazi in cui non accedono pazienti e il 20% in spazi comuni (bagni, corridoi, scale, ecc.). Un non trascurabile 16% dei fumatori ha dichiarato di fumare anche nei luoghi in cui hanno possibilità di accesso i pazienti. Il 65% dei fumatori ha dichiarato di aver provato almeno una volta a smettere di fumare; il 61% ha inoltre riferito di aver ridotto il numero di sigarette fumate a seguito dell’entrata in vigore della legge di divieto di fumo nei locali pubblici (Legge n. 3 del 2003).

Tra gli ex fumatori la modalità più utilizzata per smettere di fumare è stata quella di provarci “da soli” (92% dei casi), senza ricorrere a farmaci, corsi per smettere di fumare o altri metodi, in linea con quanto riscontrato nella popolazione generale cesenate (studio PASSI, 2005) (6). Il 29% degli intervistati ha dichiarato di essere stato esposto almeno in un’occasione al fumo passivo in ambiente lavorativo nell’ultima settimana. Per quanto riguarda gli aspetti relativi la percezione del rischio sui danni da fumo, tutto il personale intervistato ha dichiarato che il “fumo diretto” fa male, mentre un 14% ha presentato dubbi sulla nocività del fumo passivo; in questo non sono emerse differenze rilevanti in base al profilo professionale (15% tra gli infermieri e ostetrici, 14% tra gli amministrativi, 13% tra i medici, 12% tra i tecnici sanitari e 11% tra gli operatori di supporto). Nonostante si sia riscontrato un diffuso buon livello di informazione rispetto all’associazione tra fumo e malattie rilevanti quali neoplasie del polmone e malattie cardiovascolari, la relazione tra fumo e altre patologie (osteoporosi, tumore della mammella e tumore della vescica) è spesso sottostimata e meno del 40% di operatori sanitari può essere considerato ben informato. Il livello di informazione non sembra essere influenzato dallo status di fumatore, ex fumatore e non fumatore. Solo nel caso del tumore mammario tra gli ex fumatori si registra una maggior percentuale di persone consapevoli dell’associazione con il fumo (37% vs 26 e 25% rispettivamente di fumatori e non fumatori).

Un’alta percentuale di dipendenti intervistati (94%) si è detto convinto che il personale sanitario debba fare promozione della salute rivolta in maniera prevalente ai pazienti fumatori e supportarli nella decisione di smettere di fumare, ma solo un 16% si sente qualificato per assolvere questo compito. Più della metà degli intervistati (57%) ha riferito la propria disponibilità e il proprio interesse a partecipare ad iniziative di formazione con l’obiettivo di acquisire conoscenze e competenze per la prevenzione del tabagismo. Tra gli interventi per fronteggiare il problema della diffusione dell’abitudine al fumo tra i dipendenti sono stati proposti: l’attivazione di corsi/sostegno psicologico, interventi di informazione e promozione della salute e il ricorso a sanzioni per favorire il rispetto del divieto di fumo.

L’indagine condotta offre alcuni spunti di riflessione utili sia per la valutazione degli interventi già in atto a livello locale sia per supportare il loro ulteriore sviluppo. Particolarmente elevata appare la percentuale di fumatrici tra le dipendenti nella fascia di 18-44 anni (34%), ben ampliamente superiore a quella rilevata attraverso lo Studio PASSI 2005 (6) nelle donne residenti nel territorio nate nella stessa fascia d’età (21%) (6). Questo dato, insieme alle maggiori prevalenze rilevate in alcune categorie professionali (operatori di supporto, infermieri e ostetriche) e nel personale che effettua turni di lavoro notturni, contribuisce a caratterizzare fasce di dipendenti particolarmente vulnerabili rispetto al fattore di rischio indagato, alle quali appare opportuno prestare particolare attenzione e rivolgere eventuali interventi mirati. L’applicazione della legge sul divieto di fumo nei luoghi di lavoro ha avuto effetti positivi, ma restano ancora operatori che continuano a fumare in ambienti nei quali non è consentito. Per intervenire su questo problema, pare opportuno da un lato aumentare la vigilanza già prevista all’interno della struttura, e dall’altro proseguire nell’opera di informazione e di sensibilizzazione rispetto all’importanza di un ambiente (e di un personale) sanitario “libero dal fumo”. Importante è inoltre offrire, anche all’interno dell’ambiente di lavoro, adeguato sostegno ai dipendenti fumatori che vogliono essere aiutati a smettere. Le carenze informative evidenziate sulla nocività del fumo passivo e sulla correlazione tra fumo e alcune rilevanti patologie rappresentano un forte richiamo alla necessità di formazione, così come il bisogno dichiarato di acquisire competenze e abilità per affrontare il problema tabagismo nei rapporti con i pazienti/utenti dell’ospedale.

 

Riferimenti bibliografici

1. Cerms, Cpo Piemonte e Università di Torino. Epidemiologia dei Tumori (consultabile all'indirizzo: www.snop.it; ultima consultazione 11 maggio 2006). 2. Forestiere F, Lo Presti E, Agabiti N et al. Impatto Sanitario dell’esposizione a fumo ambientale in Italia. Epidemiologia e Prevenzione 2002;26:18-29.

3. US Environmental Protection Agency. Respiratory health effects of passive smoking: lung cancer and other disorders. Washington, DC; US Environmental Protection Agency, Office for research and development, Office of Air and Radiation. 1992. Publications. EPA/600/6-90/006F.

4. Principe R. Il fumo nelle strutture sanitarie. Ital Heart J 2001;2(Suppl 1):110-2.

5. onal Center for Health Statistics. Definitions: cigarette smoking (consultabile all'indirizzo: http://www.cdc.gov/nchs/datawh/nchsdefs/cigarettesmoking.htm ;ultima consultazione: 22 novembre 2006).

6. Studio PASSI. Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia - Azienda Sanitaria di Cesena. Maggio 2006. Bertozzi N, Bakken E, Vitali P et al. La pubblicazione sarà presto disponibile sul sito http://www.auslcesena.emr.it  

 

* Gruppo Epidemiologia in Azione: Maria Grazia Aloi, Elisa Ambrogiani, Antonella Bazzocchi, Giampiero Battistini, Derena Beccari, Claudio Bissi, Barbara Bondi, Giuseppe Brighi, Annita Caminati, Federica Castellazzi, Paola Ceccarelli, Roberta Cecchetti, Giovanni De Paoli, Francesco Domeniconi, Cristina Fabbri, Alessandro Filoni, Marinella Franceschini, Marina Fridel, Antonia Gallo, Sabrina Guidi, Gisberto Maltoni, Manuela Minghetti, Patrizia Pagliarani, Maria Francesca Pandolfini, Chiara Reali, Gregorio Reggiani, Silvio SanMartino, Paolo Ugolini e Manuela Zavalloni