Alfredo Pecoraro e Andrea Camera
Servizio Veterinario dell'Igiene degli Allevamenti e
delle Produzioni Zootecniche, ASL Napoli 4
La scarsa biodegradazione e la lunga persistenza ambientale
delle diossine fanno sì che la loro presenza nell’ambiente
sia ormai ubiquitaria, determinando una contaminazione di
fondo che interessa tutte le piante terrestri di cui si
cibano gli animali o che vengono usate come materie prime
per la produzione di mangimi (1).
Nel suolo le diossine non presentano una significativa
mobilità, in quanto sono assorbite dal carbonio organico del
suolo stesso e quindi la contaminazione risulta confinata
alla superficie del terreno, anche a causa della loro bassa
solubilità in acqua che ne impedisce la migrazione in
profondità (2). La persistenza di TCDD (tetraclorodibenzodiossina)
negli strati superficiali del suolo è stimata in 9-15 anni,
mentre negli strati profondi è di 25-100 anni, a causa della
sua limitata rimozione e del suo lungo periodo di emivita.
Pertanto, i suoli costituiscono dei recettori naturali per
le diossine e rappresentano una tipica matrice
accumulatrice. Tutto ciò può determinare la contaminazione
del foraggio durante la raccolta con l’ingestione di una
quantità non trascurabile di suolo potenzialmente
contaminato (3, 4).
Tra il 2002 e 2003 l’Agenzia Regionale per la Protezione
Ambientale della Campania (ARPAC) ha effettuato
complessivamente 171 campionamenti di suolo per la ricerca
delle diossine. Di questi, l’85,9% (147) ha presentato
valori di PCDD/F (policlorodibenzodiossine/policlorodibenzofurani)
compresi tra 1,1 e 3,0 ng/Kg (5). Scopo del presente lavoro
è quello di accertare se negli allevamenti bufalini gli
animali ingeriscano foraggi con contaminazione tellurica e
se ciò influenzi il grado di esposizione alle diossine.
Sono state prescelte cinque aziende bufaline, ubicate nella
stessa provincia, che sono autosufficienti nella produzione
dei principali componenti della razione alimentare degli
animali, con una produzione media di latte
giornaliera/animale pressoché sovrapponibile. Si tratta di
aziende di media-grande consistenza numerica, con una
produzione di 15-17 litri di latte per animale/giorno. In
tutti gli allevamenti, il silomais ed il fieno, principali
componenti della razione alimentare, sono prodotti su
terreni aziendali su cui viene praticata esclusivamente la
concimazione organica con letame proveniente dagli stessi
animali allevati. Ogni animale durante la fase di
lattazione, che dura mediamente 200 giorni, consuma
giornalmente circa 20 kg di silomais e 18 kg di fieno, e dal
momento che la diossina è concentrata nel latte, si è
reputato importante studiare questo aspetto.
Nelle aziende scelte, sono state valutate, tramite
ispezione, la struttura del terreno aziendale destinato alla
coltivazione di alimenti zootecnici, la modalità di raccolta
del mais, la tecnica impiegata per la fienagione, la
modalità di stoccaggio del silomais e del fieno e la
tipologia e la quantità di alimenti zootecnici somministrati
agli animali. Inoltre, è stata svolta un’indagine
sperimentale sulla determinazione del contenuto di
terreno/kg di silomais e fieno, principali componenti della
razione alimentare.
Per misurare il contenuto di terreno, in ogni azienda è
stato effettuato il campionamento di 1 kg di silomais e di
fieno per accertare il loro contenuto di terreno. Da diversi
punti della linea di avanzamento delle trincee di silomais
sono stati prelevati 5 campioni (campioni elementari) del
peso cadauno di 200 g, successivamente riuniti per formare
il campione globale di 1 kg. Per quanto concerne il fieno, i
5 campioni elementari sono stati presi da altrettanti punti
della parte centrale dei balloni, di seguito riuniti per
formare il campione globale di 1 kg.
Per evitare la contaminazione durante la raccolta, la linea
di sfalcio dovrebbe avvenire a un livello sufficiente per
evitare che il suolo contamini il raccolto e non dovrebbe
essere inferiore a 10 cm per il mais. In 3 delle 5 aziende,
invece, la linea di sfalcio del mais è praticata a 8 cm al
di sopra del livello di terra, mentre nelle rimanenti a 20 e
18 cm (
Tabella 1). La linea di
sfalcio per le piante foraggere destinate alla produzione di
fieno non dovrebbe essere inferiore a 8 cm; in una delle
aziende la linea di sfalcio è a 3 cm e nelle altre a 5 cm.
Un mezzo per eliminare le impurità del fieno è quello di
lasciarlo seccare per diversi giorni e poi usare un
ranghinatore a girello. Solo in 2 aziende, prima della
formazione dei balloni di fieno, le messi essiccate vengono
sottoposte all’azione del ranghinatore a girello. Nelle
altre aziende il fieno viene solo disposto in andane con
l’aiuto del ranghinatore a ruota. In tutte le aziende, i
balloni di fieno sono accatastati in idonei e capaci
fienili, ma solo in 2 delle 5 aziende il fieno viene anche
fasciato con pellicole di materiale plastico per proteggerlo
ulteriormente dagli agenti atmosferici.
La misurazione del contenuto di terreno ha dimostrato che in
4 delle 5 aziende era presente una contaminazione tellurica
di vario grado dei mangimi (
Tabella 1).
Riguardo al silomais, nelle aziende in cui la linea di
sfalcio del mais viene praticata rispettivamente a 20 e 18
cm, il silomais non ha presentato alcuna traccia di terreno.
Il massimo grado di contaminazione tellurica del silomais,
108 g, si è accertato nell’azienda ove, oltre a praticarsi
lo sfalcio a 8 cm dal suolo, il mais viene coltivato su
terreno argilloso, diversamente dalle rimanenti aziende ove
il suolo è sabbioso.
La contaminazione del fieno è stata osservata in 3 delle 5
aziende. Nelle aziende in cui viene impiegato il
ranghinatore a girello ed il fieno viene fasciato non è
stata riscontrata alcuna contaminazione tellurica. Il
ranghinatore a girello, agendo sull’erba tagliata a velocità
elevata per favorirne l’arieggiamento, riesce ad ottenere un
prodotto il più possibile privo di impurità, mentre la
fasciatura dei balloni consente di contrastare efficacemente
la polverosità ambientale.
È stato stimato in grammi il totale di terreno ingerito
giornalmente da ogni animale, in base al consumo medio
giornaliero per capo di 20 kg di silomais e 18 kg di fieno.
La stima varia da 0 g nell’azienda in cui non erano
contaminati né silomais né fieno, a un massimo di 2.690 g (
Tabella
1).
Per valutare il grado di esposizione alle diossine negli
animali allevati, sono stati presi in considerazione il
range più frequente di contaminazione del suolo da diossine
(1,1-3,0 ng/kg) accertato dall’ARPAC tra il 2002 e il 2003,
e la quantità di terra ingerita giornalmente da ogni bufala.
I risultati ottenuti evidenziano significative esposizioni
giornaliere alle diossine (minimo 1.485 pg, massimo 8.070 pg)
derivanti da pratiche agricole non sempre corrette (
Tabella
2).
La contaminazione tellurica rappresenta un “punto critico”
nella produzione dei foraggi aziendali non solo dal punto di
vista chimico ma anche microbiologico (ad esempio,
clostridiosi), con ripercussioni sul benessere animale (ruminite
iperplastica da geosedimentazione).
Alla luce della normativa comunitaria sull’igiene degli
alimenti e dei mangimi (cosiddetto pacchetto igiene:
regolamenti comunitari n. 852/2004, n. 853/2004, n.
854/2004, n. 183/2005. I primi tre interessano gli alimenti,
l’ultimo i mangimi), gli allevatori devono dimostrare di
approvvigionarsi di mangimi sicuri per il bestiame allevato;
ciò è possibile solo conoscendo le problematiche riguardanti
la salubrità e l’igiene degli alimenti zootecnici. A questo
scopo, le regioni, le ASL e le associazioni di categoria
devono contribuire a migliorare il livello di conoscenza
delle problematiche igieniche legate all’alimentazione
animale, per far sì che l’operatore del settore alimentare
sia parte attiva nella salvaguardia della salute pubblica
“dal campo alla tavola”.
Riferimenti bibliografici
1. Miniero R, De Felip E, Ferri F, et al. An overview of
TCDD half-life in mammals and its correlation to body weight.
Chemosphere 2001;43:839-44.
2. Stephens RD, Petreas MX, Hayward DG. Biotransfer and
bioaccumulation of dioxins and furans from soil: chickens as
a model for foraging animals. The Science of the Total
Environment 1995;175:253-73.
3. Berende PLM. Internal Report No. 312. Institute for
Livestock Feeding and Nutrition Research. Lelystad, The
Netherlands; 1990.
4. Healy WB. Ingestion of soil by dairy cows. New Zealand
Journal of Agricultural Research 1968;11:487-99.
5. Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della
Campania (ARPAC). Emergenza diossine nel latte in Campania:
monitoraggio di suolo e vegetali per la valutazione di
possibili cause ambientali. VII Conferenza Nazionale delle
Agenzie Ambientali. 2003.