Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

maggio 2008

Influenza della contaminazione tellurica dei foraggi sul grado di esposizione degli animali alle diossine

Alfredo Pecoraro e Andrea Camera

Servizio Veterinario dell'Igiene degli Allevamenti e delle Produzioni Zootecniche, ASL Napoli 4

 

 

La scarsa biodegradazione e la lunga persistenza ambientale delle diossine fanno sì che la loro presenza nell’ambiente sia ormai ubiquitaria, determinando una contaminazione di fondo che interessa tutte le piante terrestri di cui si cibano gli animali o che vengono usate come materie prime per la produzione di mangimi (1).
Nel suolo le diossine non presentano una significativa mobilità, in quanto sono assorbite dal carbonio organico del suolo stesso e quindi la contaminazione risulta confinata alla superficie del terreno, anche a causa della loro bassa solubilità in acqua che ne impedisce la migrazione in profondità (2). La persistenza di TCDD (tetraclorodibenzodiossina) negli strati superficiali del suolo è stimata in 9-15 anni, mentre negli strati profondi è di 25-100 anni, a causa della sua limitata rimozione e del suo lungo periodo di emivita. Pertanto, i suoli costituiscono dei recettori naturali per le diossine e rappresentano una tipica matrice accumulatrice. Tutto ciò può determinare la contaminazione del foraggio durante la raccolta con l’ingestione di una quantità non trascurabile di suolo potenzialmente contaminato (3, 4).
Tra il 2002 e 2003 l’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Campania (ARPAC) ha effettuato complessivamente 171 campionamenti di suolo per la ricerca delle diossine. Di questi, l’85,9% (147) ha presentato valori di PCDD/F (policlorodibenzodiossine/policlorodibenzofurani) compresi tra 1,1 e 3,0 ng/Kg (5). Scopo del presente lavoro è quello di accertare se negli allevamenti bufalini gli animali ingeriscano foraggi con contaminazione tellurica e se ciò influenzi il grado di esposizione alle diossine.
Sono state prescelte cinque aziende bufaline, ubicate nella stessa provincia, che sono autosufficienti nella produzione dei principali componenti della razione alimentare degli animali, con una produzione media di latte giornaliera/animale pressoché sovrapponibile. Si tratta di aziende di media-grande consistenza numerica, con una produzione di 15-17 litri di latte per animale/giorno. In tutti gli allevamenti, il silomais ed il fieno, principali componenti della razione alimentare, sono prodotti su terreni aziendali su cui viene praticata esclusivamente la concimazione organica con letame proveniente dagli stessi animali allevati. Ogni animale durante la fase di lattazione, che dura mediamente 200 giorni, consuma giornalmente circa 20 kg di silomais e 18 kg di fieno, e dal momento che la diossina è concentrata nel latte, si è reputato importante studiare questo aspetto.
Nelle aziende scelte, sono state valutate, tramite ispezione, la struttura del terreno aziendale destinato alla coltivazione di alimenti zootecnici, la modalità di raccolta del mais, la tecnica impiegata per la fienagione, la modalità di stoccaggio del silomais e del fieno e la tipologia e la quantità di alimenti zootecnici somministrati agli animali. Inoltre, è stata svolta un’indagine sperimentale sulla determinazione del contenuto di terreno/kg di silomais e fieno, principali componenti della razione alimentare.
Per misurare il contenuto di terreno, in ogni azienda è stato effettuato il campionamento di 1 kg di silomais e di fieno per accertare il loro contenuto di terreno. Da diversi punti della linea di avanzamento delle trincee di silomais sono stati prelevati 5 campioni (campioni elementari) del peso cadauno di 200 g, successivamente riuniti per formare il campione globale di 1 kg. Per quanto concerne il fieno, i 5 campioni elementari sono stati presi da altrettanti punti della parte centrale dei balloni, di seguito riuniti per formare il campione globale di 1 kg.
Per evitare la contaminazione durante la raccolta, la linea di sfalcio dovrebbe avvenire a un livello sufficiente per evitare che il suolo contamini il raccolto e non dovrebbe essere inferiore a 10 cm per il mais. In 3 delle 5 aziende, invece, la linea di sfalcio del mais è praticata a 8 cm al di sopra del livello di terra, mentre nelle rimanenti a 20 e 18 cm (Tabella 1). La linea di sfalcio per le piante foraggere destinate alla produzione di fieno non dovrebbe essere inferiore a 8 cm; in una delle aziende la linea di sfalcio è a 3 cm e nelle altre a 5 cm.
Un mezzo per eliminare le impurità del fieno è quello di lasciarlo seccare per diversi giorni e poi usare un ranghinatore a girello. Solo in 2 aziende, prima della formazione dei balloni di fieno, le messi essiccate vengono sottoposte all’azione del ranghinatore a girello. Nelle altre aziende il fieno viene solo disposto in andane con l’aiuto del ranghinatore a ruota. In tutte le aziende, i balloni di fieno sono accatastati in idonei e capaci fienili, ma solo in 2 delle 5 aziende il fieno viene anche fasciato con pellicole di materiale plastico per proteggerlo ulteriormente dagli agenti atmosferici.
La misurazione del contenuto di terreno ha dimostrato che in 4 delle 5 aziende era presente una contaminazione tellurica di vario grado dei mangimi (Tabella 1). Riguardo al silomais, nelle aziende in cui la linea di sfalcio del mais viene praticata rispettivamente a 20 e 18 cm, il silomais non ha presentato alcuna traccia di terreno. Il massimo grado di contaminazione tellurica del silomais, 108 g, si è accertato nell’azienda ove, oltre a praticarsi lo sfalcio a 8 cm dal suolo, il mais viene coltivato su terreno argilloso, diversamente dalle rimanenti aziende ove il suolo è sabbioso.
La contaminazione del fieno è stata osservata in 3 delle 5 aziende. Nelle aziende in cui viene impiegato il ranghinatore a girello ed il fieno viene fasciato non è stata riscontrata alcuna contaminazione tellurica. Il ranghinatore a girello, agendo sull’erba tagliata a velocità elevata per favorirne l’arieggiamento, riesce ad ottenere un prodotto il più possibile privo di impurità, mentre la fasciatura dei balloni consente di contrastare efficacemente la polverosità ambientale.
È stato stimato in grammi il totale di terreno ingerito giornalmente da ogni animale, in base al consumo medio giornaliero per capo di 20 kg di silomais e 18 kg di fieno. La stima varia da 0 g nell’azienda in cui non erano contaminati né silomais né fieno, a un massimo di 2.690 g (Tabella 1).
Per valutare il grado di esposizione alle diossine negli animali allevati, sono stati presi in considerazione il range più frequente di contaminazione del suolo da diossine (1,1-3,0 ng/kg) accertato dall’ARPAC tra il 2002 e il 2003, e la quantità di terra ingerita giornalmente da ogni bufala. I risultati ottenuti evidenziano significative esposizioni giornaliere alle diossine (minimo 1.485 pg, massimo 8.070 pg) derivanti da pratiche agricole non sempre corrette (Tabella 2).
La contaminazione tellurica rappresenta un “punto critico” nella produzione dei foraggi aziendali non solo dal punto di vista chimico ma anche microbiologico (ad esempio, clostridiosi), con ripercussioni sul benessere animale (ruminite iperplastica da geosedimentazione).
Alla luce della normativa comunitaria sull’igiene degli alimenti e dei mangimi (cosiddetto pacchetto igiene: regolamenti comunitari n. 852/2004, n. 853/2004, n. 854/2004, n. 183/2005. I primi tre interessano gli alimenti, l’ultimo i mangimi), gli allevatori devono dimostrare di approvvigionarsi di mangimi sicuri per il bestiame allevato; ciò è possibile solo conoscendo le problematiche riguardanti la salubrità e l’igiene degli alimenti zootecnici. A questo scopo, le regioni, le ASL e le associazioni di categoria devono contribuire a migliorare il livello di conoscenza delle problematiche igieniche legate all’alimentazione animale, per far sì che l’operatore del settore alimentare sia parte attiva nella salvaguardia della salute pubblica “dal campo alla tavola”.


Riferimenti bibliografici
1.  Miniero R, De Felip E, Ferri F, et al. An overview of TCDD half-life in mammals and its correlation to body weight. Chemosphere 2001;43:839-44.
2.  Stephens RD, Petreas MX, Hayward DG. Biotransfer and bioaccumulation of dioxins and furans from soil: chickens as a model for foraging animals. The Science of the Total Environment 1995;175:253-73.
3.  Berende PLM. Internal Report No. 312. Institute for Livestock Feeding and Nutrition Research. Lelystad, The Netherlands; 1990.
4.  Healy WB. Ingestion of soil by dairy cows. New Zealand Journal of Agricultural Research 1968;11:487-99.
5.  Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Campania (ARPAC). Emergenza diossine nel latte in Campania: monitoraggio di suolo e vegetali per la valutazione di possibili cause ambientali. VII Conferenza Nazionale delle Agenzie Ambientali. 2003.