Il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica

a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

trichinella, ebp e macellazione a domicilio

Trichinella e macellazione a domicilio: niente di nuovo sotto il sole

Francesco Lovaria - direttore Area di sanità pubblica veterinaria Ass 2 “Isontina”, Friuli Venezia Giulia

 

La trichinellosi da consumo di carni suine, comunque preparate, può diventare un problema di sanità pubblica solo quando, come nel recente focolaio in Sardegna, il ciclo silvestre della parassitosi (che vede come possibili vettori alcuni animali selvatici come orso, volpe e cinghiale) convive in forma di stretta promiscuità con l'allevamento del suino allo stato brado. Il suino selvatico, infatti, è poco controllato e controllabile, soprattutto in alcune zone di difficile accesso, come dimostra anche l'origine clandestina della macellazione da cui è scaturito il focolaio epidemico nel dicembre scorso con i sette casi notificati.

 

Quindi, anche se in modo un po' superficiale, potrei concludere che ci stiamo arrovellando su un falso problema, per il quale dovrebbe essere attentamente analizzata anche la valutazione del pericolo, in relazione alla sua probabilità di accadimento (rischio). In un sistema sanitario economicamente sostenibile, infatti, il solo pensare di controllare tutto è semplicemente assurdo e comporta un' evidente contraddizione in terminis.

 

Questo aspetto è stato comunque preso in considerazione dal nostro gruppo di lavoro: basta leggere attentamente la parte finale delle conclusioni del nostro studio di valutazione, dove proponiamo di riorganizzare il processo della macellazione a domicilio sulla base di articolati criteri guida tra cui:

  • esame trichinoscopico sistematico su tutte le carcasse dei cinghiali oggetto di prelievo venatorio sul territorio regionale. E, aggiungo, se fossimo in presenza delle condizioni di allevamento della Barbagia, dei suini allevati allo stato brado

  • esame trichinoscopico sistematico, a cura dell'Istituto zooprofilattico, su tutte le carcasse delle volpi abbattute nel corso del monitoraggio relativo al piano di vaccinazione orale antirabbica, oppure rinvenute morte sul territorio regionale

  • programmazione di un piano di monitoraggio sierologico eseguito nell'ambito dei campionamenti di sangue per la malattia vescicolare del suino, della peste suina classica e della malattia di Aujeszky.

È evidente l'obiettivo di applicare anche a questo programma gli innovativi sistemi della epidemiosorveglianza attiva, per realizzare la mappatura e la conoscenza della prevalenza dei fattori di rischio sul territorio preso in esame dal provvedimento.

 

Infatti, la valutazione del rischio non può che essere contestualizzata nella reale situazione epidemiologica del territorio considerato. Sono quindi assolutamente d'accordo con Claudio Gortani quando scrive: “va conosciuta bene la situazione degli allevamenti sardi, che hanno ancora migliaia di aziende che praticano l'allevamento brado, dove la promiscuità con gli altri animali selvatici favorisce il rischio di infestazione da Trichinella delle loro carni: la Barbagia dunque non è paragonabile al Friuli, se parliamo di ciclo biologico del parassita e di probabilità di trasmissione della malattia dal suino all'uomo”.

 

Sotto il profilo giuridico-amministrativo, anche se questo non farà piacere ai sostenitori del superato articolo 13 del Regio Decreto 3298/1928 (risalente a quasi 80 anni fa), dobbiamo per fortuna confrontarci con il Regolamento n. 852/2004/CE relativo all'igiene dei prodotti alimentari. Regolamento che - all'articolo 1, comma 2, lettera b - esclude dal controllo ufficiale la preparazione, manipolazione e conservazione domestica di alimenti destinati al consumo domestico privato.

 

A questo proposito rinvio al protocollo operativo, esposto in coda alla relazione tecnica, dove gli interessati troveranno, appunto, che in nessun caso le carni, e i prodotti a base di carne ottenuti dalla macellazione a domicilio, possono essere destinati alla commercializzazione. In caso di violazione, sono infatti previste pesanti sanzioni amministrative. Ma questo è un altro argomento sempre di difficile comprensione e condivisione, ossia quando la prevenzione incrocia la ostica strada della repressione.

 

Di più. A conferma ulteriore di aver intrapreso una strada quanto mai coerente con i moderni indirizzi di politica sanitaria e con i conseguenti provvedimenti legislativi adottati in sede comunitaria, rimando alle disposizioni del recentissimo Regolamento CE n. 2075/2005 della Commissione del 5 dicembre 2005, che definisce norme specifiche applicabili ai controlli ufficiali relativi alla presenza di Trichine nelle carni (pubblicato sul Guce n. L338/60 dd. 22 dicembre 2005).

 

Mi riferisco in particolare agli articoli 2 e 3, che stabiliscono, fra l'altro, la possibilità di non effettuare il campionamento finalizzato all'esame trichinoscopico, nel caso in cui le autorità competenti, a seguito di una valutazione del rischio, abbiano stabilito che sia trascurabile il rischio di contaminazione di una determinata specie di animali d'allevamento o selvatici.

In tal senso il nostro gruppo di lavoro ancora una volta ha precorso i tempi. Infatti, sempre nelle conclusioni, oltre che nello specifico paragrafo 7.1 della relazione tecnica, si legge: “…esame trichinoscopico eseguito non sistematicamente, bensì su un campione di suini macellati a domicilio selezionato casualmente secondo un criterio di accuratezza, in modo da rilevare con il 98% di probabilità la presenza della contaminazione se questa colpisce (prevalenza) almeno lo 0,5% degli animali. Considerato, altresì, il diverso peso della macellazione a domicilio nelle diverse aree territoriali interessate, la distribuzione del campione casuale (che deve essere di almeno 789 animali macellati) è determinato in 855 capi, da ripartire come indicato nella tabella 23”.

 

Ma resta comunque un problema reale, Gortani dice con un eufemismo “emotivo”. Io invece, forse perché ormai troppo intollerante verso facili compromessi, lo definisco un “mugugno” da parte di un gruppo minoritario di colleghi che, nella mia realtà, hanno prodotto una raccolta di firme per contrastare la revisione della macellazione a domicilio, finalmente approvata e resa operativa con la recente Dgr n. 2094 dd. 29 agosto 2005.

 

Ritengo, però, con altrettanta franchezza, che i colleghi non abbiano alcun argomento da opporre alle nostre tesi né, tantomeno, un ragionevole motivo per continuare questo anacronistico e obsoleto programma di sanità pubblica veterinaria. Salvo il venir meno della competenza e della falsa sicurezza burocratica, molto spesso collegata all'introito, questo sì unico potente motivo. Ma che, personalmente e con assoluta indifferenza, respingo entrambi al mittente.

 

Dice Giorgio Ferigo, anche lui antesignano e vituperato estimatore di Ebp in quel del Friuli: “si tratta di un classico esempio della credenza generale, purtroppo ancora fortemente radicata negli operatori della pubblica amministrazione e del Servizio sanitario nazionale, che la gente esista solo per giustificare i presunti servizi che la burocrazia pretende di darle, nel suo interesse e per legge, ovviamente dietro compenso, senza che nessuno mai ragionevolmente si sognerebbe di chiederle (i servizi)”.

 

In conclusione, a chi, dopo quasi ottant'anni, ritiene il testo dell'articolo 13 come un principio assoluto e immodificabile rispondo con le parole di San Tommaso d'Aquino (1221-1274):

“nessun senso del diritto o dell'equità permette che quanto è stato salutarmene introdotto per il vantaggio degli uomini sia da noi portato alla severità con una interpretazione rigida contro il loro bene. Ora, in codesti casi, anche il legislatore giudicherebbe diversamente: e se li avesse presi in esame li avrebbe determinati con un'altra legge”.
 

(Summa Theologiae II – II, 60 articolo 5 “Se si debba sempre giudicare secondo la legge scritta”).


 

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