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Infortuni sul lavoro: quando una tesi di laurea aiuta a valutare rischi e controlli

Alberto Baldasseroni – SA di Epidemiologia Ausl 10 di Firenze

 

 

Stranamente, nel nostro Paese le tesi di laurea non sono considerate, salvo lodevoli eccezioni, materiali degni di particolare attenzione. Si compilano molto spesso in pochi giorni, all’approssimarsi della data fatidica in cui il lauro cingerà il capo e un gruppo di togati in nero proclamerà, in nome dello Stato, il neodottore. Al contrario, la tesi dovrebbe rappresentare il culmine di un percorso formativo e consentire anche all’esterno del mondo accademico un vaglio dei talenti licenziati dalle nostre università e degli argomenti oggetto di ricerca negli atenei italiani.

 

Per fortuna a questo secondo modello, virtuoso, si avvicina senz’altro la tesi di Filippo Ariani, neo-dottore in Scienze politiche (indirizzo econometrico), svolta sotto la direzione del professor Maurizio Grassini dell’Università di Firenze, dal titolo “Infortuni sul lavoro in edilizia: applicazione di tecniche econometriche per la valutazione di efficacia degli interventi di vigilanza in una Asl”.

 

Ne proponiamo il testo integrale (pdf 1,56 Mb) scaricabile, perché rappresenta un vero e proprio passo avanti concettuale e pratico nel modo di affrontare il problema della metrica del rischio nel settore delle costruzioni edili, quello al centro dell’attenzione per le sue nefaste conseguenze in termini di infortuni e di danni alla salute operaia. Le novità stanno nell’approccio al problema: non più solamente uso dei tradizionali, ma del tutto insufficienti, indici di rischio infortunistico (indice di frequenza, gravità, durata media ecc), ma la proposta di nuovi modi per calcolare il fatidico “denominatore”, cioè la massa a rischio, così sfuggente in questo settore produttivo.

 

Piuttosto, la multa!

Ma poi anche il taglio di tutta la tesi, costantemente teso a cimentare i dati raccolti con le ipotesi di efficacia delle attività di vigilanza e ispezione nei cantieri. Attraverso dati empirici, relativi alla realtà produttiva nella quale Filippo Ariani si trova a lavorare come tecnico della prevenzione di un servizio Pisll (quella della zona Nord-ovest dell’Ausl di Firenze), viene mostrato come la “razionalità economica” immediata da parte degli imprenditori spingerebbe nella direzione di accettare il rischio di pagare una multa o, al peggio, subire qualche giorno di fermo cantiere, piuttosto che sobbarcarsi l’onere di adottare tutte le obbligatorie e necessarie salvaguardie di sicurezza. E risulterebbero quindi vani tutti gli appelli a incrementare le attività ispettive che da diversi anni si susseguono ritualmente a ogni incidente mortale che accade.

 

Di particolare interesse risulta anche un’ipotesi formulata sulla base di iniziali e parziali evidenze empiriche, nei dati rilevati, quella che l’andamento, in periodica crescita, del numero di ispezioni sia più susseguente al verificarsi di eventi gravi e che hanno risonanza presso l’opinione pubblica, piuttosto che al lancio di campagne nazionali o regionali di prevenzione. Ci troveremmo cioè di fronte a un tipico caso di comportamento reactive invece che proactive, che cioè reagisce “dopo” che l’evento avverso si è verificato, invece che programmare “a priori” la propria attività.

 

Impatto e peso delle malattie

Un altro argomento di grande interesse trattato, sia pur preliminarmente, è quello del burden of disease legato al settore delle costruzioni. Viene descritta la tecnica delle misure sintetiche di danno alla salute (Summary measures of population health) adottata dall’Oms nel corso del progetto Bod, sviluppato negli anni Novanta. L’applicazione consente a Filippo Ariani di stimare che il carico di danni dovuti alle malattie legate al lavoro è di gran lunga superiore a quello dovuto alle conseguenze degli incidenti che avvengono nei luoghi di lavoro. Conclusione sorprendente per i non addetti ai lavori, ma nota agli epidemiologi più attenti. Tuttavia di questo aspetto non si parla affatto nell’attuale, sacrosanto dibattito sulle “morti bianche”.

 

In conclusione, si tratta di un lavoro di approfondimento, ricerca applicata a una realtà concreta, sviluppo di tecniche indispensabili per il futuro dell’epidemiologia occupazionale che giustifica l’interesse suscitato tra quanti finora hanno potuto conoscerne alcune parziali versioni. Ora, finalmente, il materiale è disponibile per tutti in forma leggibile e commentabile. Nel frattempo il lavoro continua e speriamo che nel prossimo futuro si possano registrare ulteriori passi avanti in un campo tanto importante, quanto povero di risorse dedicate in campo accademico e nel mondo della ricerca scientifica.

 

Scarica la tesi completa (pdf 1,56 Mb).

 


 

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