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a cura del Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

migranti e salute

Scienza, fede religiosa e credenze popolari. Una prospettiva educativa per la salute della persona migrante

Lectio magistralis di chiusura del ciclo di seminari “Scienza senza frontiere” (28 giugno 2018)

 

Monsignor Andrea Manto - Direttore del Centro per la Pastorale Familiare di Roma

 

Buongiorno e un cordiale saluto a tutti,

questa mattina non interverrò al vostro convegno in qualità di sacerdote e direttore del Centro per la Pastorale della Famiglia della Diocesi di Roma, ma innanzitutto da membro del Comitato Etico dell’Istituto Superiore di Sanità e da medico che ha avuto nella vita anche la possibilità di confrontarsi con il linguaggio della teologia e con le problematiche di salute, di cultura e di integrazione delle persone migranti.

 

Tuttavia, vorrei fare una premessa con uno sguardo ecclesiale: sono molto contento di questa giornata e del percorso che avete compiuto per arrivare fin qui. Il vostro itinerario, che ha accolto persone migranti in questa prestigiosa istituzione per diffondere educazione scientifica e buone pratiche sanitarie, rappresenta un seme di speranza e una testimonianza di civiltà e di dignità.

 

È testimonianza di civiltà perché quando ci impegniamo a diffondere e condividere il sapere e la conoscenza che abbiamo acquisito, cresce la nostra capacità di formare l’unica famiglia umana. L’essere “civili” (che viene appunto dal latino civis, cittadino) si misura dalla capacità di riconoscere il diritto dell’altro, di chiunque altro, alla cittadinanza e offrirgli una possibilità concreta e autentica di crescita e di integrazione. Civiltà e dignità camminano insieme perché una civiltà è tanto avanzata quanto più è attenta alla propria e altrui dignità. Dignità, infatti, non è solo permettere di entrare a chi emigra ma è offrire accoglienza, possibilità di alloggio e di lavoro e soprattutto di crescita culturale o, come si ama dire oggi, di empowerment. Dignità di un popolo è anche superare i pregiudizi e gli stereotipi e avere il coraggio di andare oltre le proprie paure, riconoscendo le ragioni dell’umanità e della giustizia. Dignità e civiltà insieme permettono di lavorare concretamente, attraverso la condivisione e l’integrazione, alla valorizzazione di ogni persona e alla costruzione della pace, di un mondo migliore, meno iniquo, più umano e più ospitale.

 

Ringrazio l’Istituto Superiore di Sanità per avermi coinvolto in questo percorso e auspico che quest’esperienza continui a seminare speranza in un passaggio storico complesso nel quale le istituzioni e i cittadini, ognuno nel proprio ruolo e nel proprio contesto, hanno il dovere dell’impegno e dell’esempio per affrontare il tema delle migrazioni nei suoi effetti e nelle sue cause. Un ruolo importante è anche quello dei centri di accoglienza che hanno, nel “contratto” che firmano con la prefettura, cioè con il Ministero dell’Interno, il compito di provvedere non solo alle esigenze basilari come il vitto, il vestiario e l’alloggio, ma anche quella di assumere compiti educativi: l’insegnamento della lingua, la promozione dell’inclusione sociale attraverso le progettualità, l’educazione ai doveri e ai diritti e tra questi quello all’assistenza sanitaria la cui corretta fruizione può essere certamente migliorata da un percorso di informazione sui temi della prevenzione e della tutela salute.

 

Scienza, fede, credenza sono i termini che, seppure possono sembrare distanti tra loro, sono storicamente e culturalmente interconnessi e, in un certo senso, stanno anche alla base del cammino che ha animato questo progetto di diffusione della cultura scientifica e sanitaria. Lo sviluppo della scienza è stato anche un percorso di affermazione della capacità dell’uomo di vincere la paura e pregiudizio. L’essere umano è stato da sempre, infatti, affascinato, attratto, ma anche intimorito da tutto ciò che gli era ignoto e che ai suoi occhi costituiva contemporaneamente una sfida e una minaccia. Si pensi alle spiegazioni di alcuni fenomeni naturali che egli ha cercato di dare: un’eruzione vulcanica, un terremoto, un uragano, erano fenomeni che incutevano un terrore che veniva esorcizzato attraverso diverse forme d’approccio interpretativo che erano poi trasmesse di generazione in generazione. Nell’era prescientifica il rapporto tra l’uomo e la natura regolava fortemente i comportamenti e lo stile di vita.

 

Il rapporto con la natura era certamente un rapporto normativo, ma era anche un rapporto nel quale la superstizione e la credenza, che nulla hanno a che fare con la fede, giocava un ruolo enorme. Tutte le superstizioni, come tutti i riti apotropaici, molto diffusi in epoca pagana, avevano a che fare principalmente col tentativo di dominare la paura e l’angoscia attraverso tutta una serie di pratiche e di riti che si svolgevano sia mediante forme collettive sia mediante prassi individuali o gesti simbolici allo scopo di affrontare il rapporto con l’ignoto, con il mistero, con la morte che, spesso, sfociava nella divinazione.

 

Il mondo antico, nel quale si facevano strada dottrine di pensiero importanti come quelle aristoteliche o platoniche e che quindi mostravano una crescita nella capacità di argomentativa razionale e filosofica, manteneva sempre una forma di religiosità che era però fortemente connotata dalla superstizione. Il mondo religioso pagano, infatti, era legato alla divinazione e alla magia. Esisteva tutto un complesso rituale che regolava i sacrifici di espiazione o l’epatoscopia e le spesso si avanzavano richieste di vaticinio dirette fatte alle Sibille. La Sibilla Cumana ad esempio era una sacerdotessa di Apollo che chiese al suo Dio l’immortalità dimenticandosi però di chiedere un’altrettanto eterna bellezza e che perciò viveva nascosta in un antro. Una volta giunti, dopo aver percorso il lungo corridoio che portava alla sua dimora “Ibis et redibis non morieris in bello”, “andrai e ritornerai, non morirai in guerra” rispondeva la Sibilla, invariabilmente, a chiunque le chiedesse se sarebbe mai tornato da una delle tante battaglie che a quel tempo devastavano l’impero romano per la difesa e l’allargamento dei confini. Ma interpretare il ritorno non era così lineare perché in quella frase, a seconda di dove veniva espressa la pausa, il verdetto poteva essere completamente ribaltato: “Ibis et redibis non, morieris in bello”, se espressa con una pausa dopo il “non” significava: “andrai e non ritornerai, morirai in Guerra”, se invece la frase veniva pronunciata esprimendo la pausa dopo dopo il “redibis”, e cioè: “ibis et redibis, non morieris in bello” ciò significava il suo contrario e che quindi il soldato sarebbe tornato sano e salvo. Un vaticinio, quindi, giocato sull’ambiguità linguistica che non aveva alcun elemento di oggettività.

 

Il successivo percorso dell’affermazione della scienza in un certo senso è stato proprio questo: un percorso di liberazione dai tabù, dalla paura e da tutta una serie di prassi che tendevano a mettere l’uomo in una condizione di soggezione, di sudditanza e di sfruttamento. La convinzione che sta alla base di tutto questo e cioè che la ragione umana abbia la capacità di conoscere e comprendere la realtà e la verità. Tutto questo accadeva ancora prima che la scienza fosse identificata con la sua natura sperimentale e molto prima ancora che evolvesse nella tecnologia.

 

Si tratta di un passaggio decisivo che nasce nel Medioevo, specialmente dalla filosofia di Tommaso D’Aquino, dalla sua rilettura di Aristotele alla luce del Mistero dell’Incarnazione che apre la via al massimo riconoscimento e alla massima valorizzazione delle capacità dell’umano. Un processo che avviene molto prima di Galileo e molto prima del positivismo e dello sviluppo di quelle scienze cosiddette “dure” che si sono affermate alla fine del XVIII secolo.

 

Il percorso compiuto verso la costruzione del sapere scientifico era iniziato da lontano e aveva incontrato lo sviluppo della filosofia a partire dalla filosofia greca che a un certo punto si era nutrito dell’incontro con il pensiero cristiano nel quale l’umanizzazione del divino espressa nell’incarnazione aveva attribuito all’uomo e alle facoltà della ragione umana un valore assolutamente unico e speciale (da qui le basi per il successivo avvento dell’Umanesimo-Rinascimento).

 

L’evoluzione scientifica sono state ha permesso una serie di scoperte e di percorsi legati alla sperimentazione e alla crescita delle disponibilità tecniche ed economiche, ma è stata anche nutrita dalle mire espansionistiche che avevano creato l’esigenza di acquisire conoscenze da poter sfruttare in chiave economica e militare. Sappiamo ad esempio che la rete internet nasce alla fine degli anni sessanta, a opera del Dipartimento di difesa statunitense, per garantirsi, nel caso di conflitto una condivisione veloce di dati e informazioni nel caso di conflitto.

 

La scienza, dunque, nel suo straordinario valore, e indipendentemente dal suo significato intrinseco, non è neutra rispetto all’utilizzo dei suoi contenuti, anzi, ciò che si fa della scienza, rappresenta, per alcuni versi, la chiave della liberazione dell’umano dalla sua schiavitù, ma per altri, può anche significare la sua riduzione ad altre forme di ingiustizia, oppressione o schiavitù. Si pensi al quasi monopolio che esiste in certi settori della conoscenza, dove manca il trasferimento e la condivisione di quelle conoscenze che assume un valore fondamentale se si vuol contribuire a un arricchimento globale in termini di consapevolezza e, nel campo sanitario, a un guadagno di salute per tutti.

 

La scienza non è soltanto un comportamento altamente virtuoso e intellettualmente sofisticato; essa è un fatto umano e come tale il suo valore rimane inscindibilmente legato all’uso che gli uomini ne fanno, al modo in cui la loro coscienza la declina all’interno della comunità umana. L’energia nucleare, per esempio, che sembrava aver rivoluzionato la possibilità di avere a disposizione fonti energetiche enormi, ha rivelato nel suo impatto con l’ambiente e con l’uomo non solo il rischio ambientale ma anche la possibilità di diventare una micidiale arma militare ancora oggi utilizzata come minaccia nei rapporti tra gli Stati. Non a caso Jacques Maritain diceva che proprio la modernità ci spinge a comprendere quanto sia stato importante il percorso della scienza ma anche quanto sia altrettanto necessario oggi stabilire e rafforzare un ponte tra scienza e saggezza, perché mentre la scienza si preoccupa di comprendere in maniere sempre più articolata e specializzata il “come” dei fenomeni e i meccanismi che li generano, la saggezza si pone la domanda sul senso sul perché, sulla finalizzazione di quella conoscenza al bene dell’uomo. Ciò che serve oggi è il recupero di questa dimensione del senso perché la scienza non venga usata con modalità non rispettose della dignità dell’uomo diventando così un’altra forma di oppressione.

 

Qual è allora il ruolo della fede nella crescita della conoscenza? Anche la fede può essere soggetta alla stessa ambiguità, anche la fede è un atto umano che può essere soggetto a una lettura distorta. Essa però può essere una forma di liberazione dell’uomo perché laddove c’è una convinzione valoriale e ideale solida e forte l’uomo non è prigioniero della paura e degli interessi. Può sembrare strano ma nel momento in cui si ha il coraggio di credere che non esiste solo quello che si vede, si tocca e che ci imprigiona nei confini della materia, ma che l’uomo e il suo cuore, i suoi sentimenti la sua dignità sono qualcosa che va oltre, è possibile tirare fuori il meglio di sé stessi e dimostrare che la natura umana può riscrivere la realtà in maniera più ricca e più straordinaria di quanto le stesse conoscenze scientifiche lascerebbero pensare.

 

Se noi partissimo dalla constatazione puramente empirica che siamo tutti uguali diremmo una cosa banale e con molta probabilità non veritiera. Basta guardarsi: siamo tutti diversi, nei tratti somatici, nella nostra storia e nella cultura, nei tratti del carattere; ma ciò su cui si basa il principio di eguaglianza, ciò da cui nasce, è qualcosa che non è materiale ma trae origine dalle capacità spirituali, morali, intellettuali dell’uomo e questo è sufficiente anche in una morale laica per fondare il concetto di eguaglianza e di ricerca di equità umana e sociale.

 

Accade però anche che le verità dell’umano e della fede possano essere tradotte e applicate in una forma distorta. È una via che può portare a forma di oppressione in nome di convinzioni religiose e politiche che rappresentano forme di aggregazioni diffuse sia nel ricco occidente che nei paesi di provenienza delle popolazioni migranti e che somigliano spesso a forme di oppressione delle libertà individuali e dello spirito.

 

Dietro queste distorsioni c’è quasi sempre un’idea di dominio della persona attraverso credenze inculcate indicate come “fede” ma i cui percorsi “religiosi” sono viziati all’origine. Si tratta, infatti, di percorsi che fanno leva su fragilità psicologiche, ignoranza o precomprensioni ideologiche e che nascono dalla ricerca di potere o di dominio e che nulla hanno a che fare con l’adempimento del messaggio di liberazione di cui dicono di essere portatori.

 

Qual è il terreno in cui ancora oggi cresce la credenza, a dispetto della scienza e della fede? Ha a che fare, per certi versi, con forme di divinazione e di magia che pure in un mondo che parla tanto di scienza rimangono diffuse ancora nelle popolazioni e in tutte le classi sociali. Gran parte delle popolazioni del mondo è dedita ancora a culti animistici e pagani. Ma anche nell’occidente avanzato ha le sue forme di credenze diffuse. Si pensi ad esempio agli oroscopi, che hanno seguito anche tra persone cosiddette illuminate e che occupano, a volte, anche ruoli di responsabilità. Un tema poi ricorrente in ogni parte del mondo e basato su letture distorte è la diffusione delle sette. La setta è un sistema che utilizza un sistema di credenze false o distorte con una finalità di manipolazione e di dominio. Ad esempio essa utilizza concetti articolati e complessi come possono essere le verità religiose che sono anche, se volete, il distillato di secoli di riflessione e di esperienza umana e li semplifica, li manipola trasformandoli in slogan fruibili e capaci di rassicurare attraverso una forma di schematizzazione delle sue verità. Ciò permette di avere dei punti fermi, delle ancore in una realtà che diventa sempre più dinamica e liquida, senza che sia necessario il peso della sua decodifica. In una realtà frammentata e spesso difficile da ricomporre come è quella che viviamo una soluzione come quella di un percorso chiaro, delineato e guidato da un leader carismatico è una formula che sembra più facile e più a portata di mano per raggiungere certezze e promesse di felicità. A questo si aggiunga un manuale pronto per l’uso con il quale percorrere queste strade di liberazione che purtroppo invece ripropone credenze antiche o vecchi meccanismi di potere riscritti in chiave moderna per tenere in schiavitù o manipolare le persone più fragili.

 

Le esperienze che si attraversano nelle sette sono forme veramente devastanti per la mente che spesso alterano la personalità di chi le compie e ne travolgono la vita.

 

In questo senso un’alleanza forte tra scienza e fede rettamente intesa, cioè libera da fanatismi e approcci ideologici e avente come banco di prova la ragione umana e la dignità dell’uomo, può costituire un vero antidoto a queste forme di oppressione e di schiavitù mentale e spesso anche fisica. La conoscenza empirica e misurabile che l’uomo acquisisce mediante la scienza e il suo metodo, se coniugata alla capacità di sentire e di vedere i valori più profondi della dignità umana consentono all’uomo stesso di arricchirsi in umanità. Allo stesso tempo la fede nel divino che rinuncia a semplificazioni e a formule in favore della crescita del senso più alto dell’umanità può invece essere uno stimolo che purifica la scienza da un uso ingiusto e oppressivo delle sue conoscenze e che opera una felice sintesi del faticoso ma straordinario percorso dell’uomo verso la conoscenza e la pienezza di vita e di umanità.

 

La scienza dunque, intesa come percorso di crescita della conoscenza per combattere la paura e contribuire a gestire la realtà con saggezza e umanità, è una strada preziosa che può incontrarsi con una fede autentica nelle vie che promuovono la dignità dell’uomo e che portano a un superamento delle superstizioni, delle false credenze, delle paure e dei facili stereotipi. È la via di una fede nel divino vera e matura che non ha paura del dialogo e del confronto con una ragione scientifica forte e che anzi un tale dialogo lo cerca e lo vuole per metterlo al servizio dell’umano e nel comune intento di allontanare false credenze e tentazioni di dominio e di potere, dannose per entrambe.

 

Voglio concludere ricordando che laddove cresce, anche con iniziative come questa di “Scienza senza frontiere”, la consapevolezza sulla necessità e sulle modalità della tutela della salute, deve crescere la capacità di accogliere e tutelare la vita umana. Questa accoglienza è invariabilmente una cifra di civiltà per un popolo. Solo così si può lavorare al bene comune, alla giustizia sociale e alla pace e promuovere le conoscenze scientifiche a servizio della collettività e non al servizio del dominio del più forte sul più fragile. Serve a tal fine anche una crescita della coscienza collettiva in questa direzione in cui dobbiamo essere impegnati non solo come singoli individui nel nostro quotidiano, ma appunto come collettività.

 

Il progetto dell’Istituto Superiore di Sanità che oggi si conclude con questa giornata è davvero un segno concreto che va in questa direzione e che mi auguro possa avere un futuro migliorando il sistema dell’accoglienza nel nostro paese per le buone pratiche che è stato capace di disseminare, ma soprattutto per i valori che hanno ispirato la sua realizzazione.