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L'epidemiologia per la sanità pubblica
Istituto Superiore di Sanità
Epidemiologia per la sanità pubblica - ISS

E la cultura delle vaccinazioni sbarcò in Valle d’Aosta

Luigi Sudano - direttore dei servizi di attività vaccinali, Azienda Usl Valle d’Aosta

 

 

Era il 1990 e timidamente mi affacciavo al capitolo vaccinazioni, solo perché gestivo il magazzino dei vaccini nel mio ambulatorio, all’epoca ancora comunale. Visto che dovevo occuparmi del magazzino dei vaccini, almeno mi responsabilizzai per capirci qualcosa in più. Mi piovevano sulla testa richieste da parte dei colleghi di Sanità pubblica e dei pediatri, sia consultoriali sia di libera scelta. Alcuni mi chiedevano se era meglio questo o quel vaccino e io, sempre timidamente, cercavo ovunque le migliori risposte. Procedevo alla cieca e mi accorgevo sempre più di quale e quanto bagaglio culturale mi mancasse.

 

Ero “sbarcato” in Valle d’Aosta nel 1986, proveniente da Roma, felice di aver fatto una buona scelta di vita. L’università mi aveva fornito lo 0,01 per cento di tutto quello che mi serviva per fare il medico di sanità pubblica: lo dico ironicamente, perché ignoravo del tutto che ci fossero delle leggi da far rispettare e che con la nostra azione professionale, se ben condotta, potevamo influire non poco sugli stili di vita e sulle abitudini della popolazione.

 

Figli di un dio minore

La situazione non era delle migliori: l’80 per cento dei negozi erano sprovvisti dei servizi igienici, le case datate erano poco illuminate e fornite di impianti quasi disdicevoli per un clima come quello della Valle d’Aosta. Ma la cosa più strana era che i pediatri avevano una delega, scritta dal responsabile del (neonato) Servizio d’igiene, per vaccinare. Proprio così, erano in qualche modo autorizzati dal medico regionale a eseguire le vaccinazioni. Poveri figli di un dio minore! Era un po’ come dire ai medici: «tu puoi dare l’aspirina, tu no». Perché mai ai pediatri serviva un’autorizzazione per svolgere una fetta importante e programmata del loro lavoro?

L’arcano, il vocabolo che dà la risposta a questa domanda è: il dato. Per avere i dati delle vaccinazioni si dovette fare una delega ai pediatri in modo che sapessero che la gestione del dato di avvenuta vaccinazione spetta alla Sanità pubblica.

 

Da anni di lotte intestine (in senso buono), con gli sguardi della Sanità pubblica e quelli dei pediatri che si incontravano con quel “cagnesco” d’obbligo, emerse comunque che i pediatri erano più innovatori nei confronti di nuove iniziative vaccinali (per esempio, il vaccino per morbillo, parotite e rosolia), rispetto alla Sanità pubblica che da sempre rivendicava la gestione delle vaccinazioni.

 

Erano tempi in cui pensare di avere un computer era cosa da fantascienza e gestire i dati quando neanche si conosceva chi li forniva era impensabile. I problemi non si esaurivano qui. Arrivarono le contrattazioni sindacali per le vaccinazioni «non obbligatorie»: qualche collega rivendicava dall’Usl il pagamento per effettuare questi vaccini, interpretati come un capitolo a sé e non facente parte dei compiti istituzionali. Insomma, c’era la più totale disorganizzazione, sia teorica e culturale sia pratica, riguardo ai dati sulle vaccinazioni: così i nostri dati non venivano trasmessi, e infatti la nostra Regione, su tutte le cartine proiettate nelle diapositive o disegnate sulle pubblicazioni, era un puntino scolorito in alto a sinistra. Cosa fare? Sviluppare la cultura, innanzitutto. La cultura doveva essere trasmessa agli operatori da qualcuno che comunque doveva essere a sua volta formato. E visto che amministravo il magazzino e distribuivo i vaccini a tutta la Regione, decisi di autocandidarmi.

 

Per una rinnovata cultura vaccinale

Trascorso il periodo “propedeutico”, cercai di trasmettere al Servizio questa nuova cultura sulle vaccinazioni. Ma, devo dire, con non poca fatica. Certamente con soddisfazione, ma d’altra parte anche con un certo disappunto da parte del nostro personale sanitario, che vedeva le vaccinazioni come «una quota di lavoro in più», preso com’era dalla congerie di pratiche spettanti a noi “tuttologi”. Le figure professionali che dimostrarono la maggiore sensibilità sul tema furono le assistenti sanitarie.

 

Nel frattempo arrivò il federalismo regionale, attraverso la modifica dell’articolo 5 della Costituzione. Si formarono i tavoli tecnici e ci si accorse che la presenza di tecnici ai tavoli di discussione era fondamentale. Mancava, però, un importante anello di congiunzione: nelle sedi dei gruppi tecnici a livello nazionale venivano discusse problematiche vaccinali, ma quando si ritornava alla propria realtà, pieni di quella bellissima e costruttiva sensazione del confronto, non c’erano interlocutori.

 

Finalmente la nostra Regione poteva confrontarsi con altre realtà, molto spesso all’avanguardia sui temi legati alle vaccinazioni. Così si scoprì che le vaccinazioni non erano divise in «obbligatorie e non obbligatorie», ma «obbligatorie e raccomandate». Tutte le nostre relazioni frutto degli incontri venivano inviate genericamente all’assessorato alla Sanità, senza partorire strategie o iniziative. Quell’anello mancante diventava sempre più pressante e impellente: era necessario riunire e raccordare tutte le figure addette alle vaccinazioni. Chiesi ufficialmente la costituzione di un tavolo tecnico regionale che raggruppasse l’Area territoriale in rappresentanza delle assistenti sanitarie, la Sanità pubblica, una rappresentanza dei pediatri sia di famiglia sia consultoriali e una dell’assessorato.

 

Ancora oggi questo tavolo è aperto e discute tutti i problemi relativi alle vaccinazioni, ai nuovi vaccini e alle strategie connesse, con somma soddisfazione e con il monito che non ha importanza assoluta chi vaccina: tutti devono adottare le stesse strategie e le stesse modalità con cui si vaccina.