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L'epidemiologia per la sanità pubblica
Istituto Superiore di Sanità
Epidemiologia per la sanità pubblica - ISS

Influenza aviaria e pandemia: cinque domande per il 2006

di Angus Nicoll - Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc)

 

da Eurosurveillance Monthly, 2005, volume 10, numero 12

 

(traduzione e adattamento a cura della redazione di EpiCentro)

 

 

Il 2005 è stato l'anno del Gallo nel calendario cinese. Alcuni hanno letto la cosa come un presagio dell'influenza aviaria e della pandemia influenzale. Di sicuro, l'influenza aviaria ha dominato la stampa nel 2005 e, in un certo qual modo, si può parlare di anno d'oro per questa malattia, alla quale è stata data l'attenzione che merita come minaccia all'umanità. Nell'ultimo numero del 2005, Eurosurveillance ha posto cinque domande cruciali sul rischio pandemia per l'anno nuovo.

 

Il rischio legato all'influenza aviaria e alla pandemia è stato sopravvalutato?

In parte sì, in parte no. In autunno, quando l'H5N1 e comparso ai confini orientali dell'Europa, nell'opinione pubblica è prevalsa una confusione riguardo a tre tipi diversi di influenza: quella stagionale, quella aviaria e quella pandemica. Anche le rappresentazioni mediatiche più serie hanno dato l'impressione che stesse per scoppiare una pandemia. Sebbene la dichiarazioni ufficiali siano state corrette e misurate, il racconto dei media ha esagerato l'attuale minaccia del virus H5N1. L'H5N1 è infatti poco adattato all'uomo, si trasmette con difficoltà, anche se è altamente patogenico in quelle poche persone che sono state infettate. Il virus H5N1 ha comunque avuto un forte impatto sociale, soprattutto in Thailandia, Vietnam e Cina. Questi ultimi due Paesi stanno cercando di proteggere con le vaccinazioni i loro giganteschi  allevamenti: in Cina, va ricordato, vivono 14 miliardi di polli.

Ma la minaccia principale è quella di una pandemia umana. Una pandemia rappresenterebbe un rischio enorme per il funzionamento della società civile mondiale. La società globalizzata è infatti più vulnerabile alla pandemia rispetto alla società di 40 anni fa. Il mondo di oggi è molto più dipendente da beni e servizi prodotti altrove. Si stima che al culmine della pandemia, fino al 20% della popolazione attiva possa non recarsi al lavoro perché malato, perché si cura di familiari ammalati o perché teme il contagio.

 

La prossima pandemia sarà provocata dal virus H5N1?

Non lo sappiamo. La pandemia scatta con l'emergere di un nuovo ceppo di virus influenzale che può infettare ed essere patogenico nell'uomo. Un virus per cui l'uomo ha poca resistenza e che si può trasmettere velocemente da persona a persona. Ciò potrebbe avvenire in due modi: attraverso lo scambio di materiale genetico tra tipi di virus dell'influenza preesistenti (ricombinazione), oppure attraverso un cambiamento genetico spontaneo di un ceppo influenzale preesistente. L'H5N1 potrebbe fare entrambe le cose? È certamente un candidato a diventare un ceppo pandemico, perché infetta gli umani ed è altamente patogenico. Alcuni sostengono che deve solo compiere l'ultimo gradino (efficiente trasmissibilità) e l'Oms ha fissato per ora la scala alla fase 3 dell'allarme pandemia. Altri sostengono che la prossima pandemia potrebbe venire con eguale, se non maggiore probabilità, da un virus dell'influenza aviaria a bassa patogenecità, come l'H9N2. Nessuna delle tre pandemie del ventesimo secolo erano dovute a un ceppo H5. L'H5N1 è in circolo dal 1996 e non ha ancora provocato nessuna pandemia.

 

Quanto sarà grave la pandemia e che caratteristiche avrà?

Non lo sappiamo. Ogni pandemia è diversa dall'altra. Le ultime tre sono state differenti per virus scatenanti, dimensioni e caratteristiche: quella del 1918 ha colpito soprattutto i giovani adulti, le altre più gli anziani. È difficile prevedere in quali gruppi di popolazione si diffonderà inizialmente il virus. Potrebbe trattarsi di luoghi di lavoro o di scuole e di conseguenza cambierà la fascia della popolazione che verrà colpita dal virus.

 

Quale ruolo giocheranno gli antivirali e quante scorte dovrebbero avere i Paesi interessati?

C'è il pericolo che la disponibilità di antivirali influenzi negativamente la preparazione alla pandemia. Un approccio razionale all'uso degli antivirali durante una pandemia deve ancora essere messo a punto. Alcuni Paesi stanno pianificando di accumulare scorte di antivirali. Tuttavia avere delle scorte non è sufficiente e se anche un Paese europeo dovesse avere scorte dieci volte superiori del Paese vicino non si potrebbe per questo definirlo dieci volte più preparato. Per essere efficaci gli antivirali devono essere somministrati entro 48, se non 12 ore dalla comparsa dei primi sintomi. La consegna di massa degli antivirali alla popolazione è un problema da risolvere. Le scorte, senza un sistema rapido di consegna e somministrazione, darà ben poca protezione. Tuttavia parte delle scorte europee di antivirali potrebbero essere usate per proteggere gli operatori durante lo scoppio di nuovi focolai negli animali: questa misura si rivelerebbe utile nel caso la pandemia dovesse iniziare nel continente o nelle sue immediate vicinanze.

Il rapido sviluppo e la produzione di un vaccino pandemico sarà invece più importante ed efficace per la seconda ondata. Di uguale importanza, sarà osservare le normali misure sanitarie che sono già disponibili e che salveranno molte vite.

 

L'Europa è preparata per una pandemia?

Non così preparata come potrebbe o dovrebbe essere. Sono state effettuate sei valutazioni nazionali usando degli strumenti di valutazione standard e lavorando insieme all'Ecdc, la Commissione europea e l'Oms. Queste valutazioni (che continueranno anche nel 2006) hanno evidenziato che c'è ancora molto da fare, nonostante la rapidità con cui i Paesi si stanno preparando. Deve ancora essere messa a punto una strategia nei settori extra-sanitari.

In conclusione, la minaccia di una pandemia non è stata esagerata. Potrebbe avvenire nel 2006 dal virus H5N1 o, più probabilmente, nel prossimo futuro da un altro ceppo. Nel 2005 la maggior parte delle autorità e dei politici europei hanno iniziato a prestare alla minaccia l'attenzione che merita, e ad investire le risorse necessarie a sviluppare contromisure. Si spera che, man mano che l'interesse dei media scema, le autorità continuino a sostenere gli investimenti e l'attività di preparazione. Di sicuro il rischio di una pandemia non diminuirà.


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