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terremoti

Epidemiologia e sorveglianza delle malattie infettive in situazioni di emergenza

Caterina Rizzo - reparto Epidemiologia delle malattie infettive (Cnesps, Iss)

 

9 aprile 2009 - Sono numerose le pubblicazioni in letteratura che mettono in evidenza le attività di sanità pubblica che dovrebbero essere avviate e sostenute durante il verificarsi di catastrofi naturali, come quella di questi giorni in Abruzzo. Tuttavia, la maggior parte degli articoli e delle linee guida disponibili sono rivolti soprattutto a definire un piano di lavoro in situazioni in cui l’emergenza determini un totale dissesto della struttura sociale di un territorio, con interventi massivi per supplire all’impossibilità di intervento da parte delle autorità sanitarie locali o in cui l’emergenza si verifichi in un’area dove anche prima dell’evento non era garantita l’assistenza sanitaria [1].

 

I primi interventi di natura sanitaria

Così come specificato nei “Criteri di massima per l’organizzazione dei soccorsi sanitari nelle catastrofi” (pdf 160 kb) del dipartimento della Protezione Civile, Servizio emergenza sanitaria, pubblicati nel 2001 (decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri - GU n. 81 del 6 aprile 2001), il primo intervento di natura sanitaria deve riguardare la rilevazione della situazione delle strutture sanitarie - sia ospedaliere che territoriali - presenti sul territorio, individuando la gravità di eventuali danneggiamenti e la loro funzionalità. Poi bisogna fare il punto sulle condizioni dei feriti, identificando la natura delle lesioni prevalenti. Infine, occorre valutare la situazione degli sfollati, soprattutto rispetto al loro stato psicologico, alle necessità di salute antecedenti l’emergenza (medicinali, dialisi ecc), ma anche ai rischi epidemiologici a cui possono essere esposti.

 

Tenere alta la sorveglianza

 Una recente revisione della letteratura dal 1985 al 2004 sul rischio di epidemie in seguito a catastrofi naturali mette in evidenza come sia molto rara l’insorgenza di epidemie a breve termine, soprattutto se si interviene con azioni appropriate, tempestive e coordinate [2]. Tuttavia va considerato che, dopo un qualsiasi disastro, le epidemie possono non essere identificate a causa della mancanza di sistemi di sorveglianza nelle aree interessate [3].

 

Per questo motivo, il mantenimento delle attività di sorveglianza anche nei campi allestiti e nella popolazione ancora residente nell’area è cruciale soprattutto per monitorare la situazione a lungo termine. La costruzione o il rafforzamento di un sistema di sorveglianza in caso di emergenza sanitaria dovrebbe scaturire da un’iniziale valutazione dei bisogni. Obiettivo prioritario della sorveglianza dev’essere, infatti, il disporre di informazioni tempestive sulla frequenza delle principali malattie infettive e diffusive, in modo da poter ottimizzare le conseguenti azioni di sanità pubblica per ridurre il contagio e il rischio di epidemie. I principali obiettivi della sorveglianza devono, quindi, includere:

  • il monitoraggio dell’andamento delle principali malattie infettive presenti sul territorio, per identificarle e controllarle tempestivamente
  • la pianificazione e l’implementazione di programmi specifici di prevenzione
  • il monitoraggio della qualità dell’assistenza sanitaria
  • la valutazione dell’efficacia degli interventi introdotti.

Vecchi e nuovi metodi

Nella tabella seguente sono descritte le principali differenze tra l’implementazione di un sistema di sorveglianza tradizionale nella fase acuta e nella fase post-acuta dell’emergenza.

 

Tuttavia, recentemente sono stati introdotti metodi non convenzionali di sorveglianza che possono essere di grande aiuto soprattutto nella fase acuta dell’emergenza, quando non è possibile utilizzare quelli tradizionali. Un possibile esempio è rappresentato da un sistema di allerta rapido basato su una rete di referenti che, per ogni campo allestito, monitori e incoraggi la segnalazione delle malattie infettive attraverso l’uso di strumenti informatizzati (come palmari per l’invio di e-mail o per l’inserimento diretto dei dati su web). Lo stesso vale per il monitoraggio di voci incontrollate (“rumors”) nella popolazione e nei media - la cosiddetta epidemic intelligence - per poter verificare le segnalazioni e quindi predisporre interventi di comunicazione che confermino o rettifichino i “rumors” e che, eventualmente, raccomandino modifiche nei comportamenti della popolazione [4].

 

Tabella - Sistemi di sorveglianza in fase acuta e post-acuta di emergenza

(adattata da: The Johns Hopkins and IFRC Public Health Guide for Emergencies. Chapter 4. Disaster epidemiology)

 

Fase acuta dell’emergenza

Fase post-acuta dell’emergenza

Durata

1-4 mesi

dai primi mesi in poi

Metodo per la raccolta dei dati

indagini di popolazione (survey); perlustrazione con osservazione dell’area

indagini di popolazione (survey); sistemi di rilevazione dei dati (schede di notifica, registri nei punti di primo soccorso)

Priorità

ridurre la mortalità

identificare le epidemie; monitorare la qualità dei programmi implementati

Raccolta dati

sorveglianza attiva, per lo più qualitativa

sorveglianza sia attiva che passiva, per lo più quantitativa

Definizione della dimensione della popolazione

identificazione di un campione di popolazione attraverso metodiche classiche di campionamento

censimento e indagini di popolazione supplementari

Definizione di caso

identificazione dei segni e sintomi di poche e rilevanti condizioni (sorveglianza sindromica)

casi confermati (indagini di laboratorio)

Indagini di epidemie

informali, solo valutazioni osservazionali di eventi (come morbillo, malattie gastrointestinali ecc)

da effettuare sempre in maniera approfondita

Sorveglianza e uso dei dati

semplice, i dati sono necessari per attuare azioni tempestive

comprensiva, per valutare la qualità dei servizi, per bisogni a lungo termine, per affrontare problemi meno urgenti ma comunque importanti

 

Bibliografia

1. Connolly MA, Gayer M, Ryan MJ, Salama P, Spiegel P, Heymann DL: Communicable diseases in complex emergencies: impact and challenges. Lancet 2004, 364:1974-1983.

2. Floret N, Viel JF, Mauny F, Hoen B, Piarroux R: Negligible risk for epidemics after geophysical disasters. Emerg Infect Dis 2006, 12:543-548.

3. Watson J, Gayer M, Connolly MA: Epidemic risk after disasters. Emerg Infect Dis 2006, 12:1468.

4. Dominici F, Levy JI, Louis TA: Methodological challenges and contributions in disaster epidemiology. Epidemiol Rev 2005, 27:9-12.

 

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