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a cura dell'Istituto superiore di sanità

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Terremoto e rischi per la salute

Donato Greco - epidemiologo, Cnesps-Iss

 

 

Il nostro Paese ha una lunga esperienza sismica e negli ultimi trent’anni ha visto una sequenza di grandi terremoti che hanno portato sofferenze alla popolazione: il tema salute è sempre stato tra le priorità del post-terremoto, ma non sempre è stato affrontato in maniera adeguata. Tuttavia, dal terremoto del Belice in poi, è andata maturando una conoscenza specifica sulla gestione dei rischi per la salute, confortata dalle esperienze internazionali dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Con il terremoto dell’Irpinia si è costituita la Protezione civile che negli anni ha sviluppato uno specifico settore di intervento dedicato alla salute.

Le numerose esperienze in cui anche l’Iss è stato coinvolto permettono oggi di sintetizzare un quadro degli interventi necessari per affrontare con razionalità i rischi per la salute, sia pure nell’inevitabile confusione conseguente a qualsiasi disastro naturale.

 

Rischi per la salute

Gli effetti sulla salute conseguenti a un terremoto si classificano in quattro grandi ambiti:

  • risposta ai bisogni acuti provocati dai danni diretti del disastro
  • rischi per le popolazioni sfollate in locazioni temporanee
  • rischi da interruzione degli ordinari programmi sanitari di prevenzione, diagnosi e terapia
  • rischi per gli operatori impegnati sul teatro delle operazioni.

Risposta ai bisogni acuti provocati dai danni diretti del disastro

Un terremoto provoca morti e feriti. In Europa, in situazioni ad alta densità abitativa con costruzioni miste (nuove, recenti e antiche) si valuta un’incidenza di mortalità nella popolazione esposta tra 1% e 5% e un’incidenza di ferite maggiori, che richiedono trattamento sanitario, di circa 10 volte tanto.

 

Morti

Le persone che hanno perso la vita per i crolli richiedono il trattamento abitualmente riservato ai corpi delle vittime: non sono necessari interventi particolari che possano sconvolgere i normali riti funebri, che al contrario sono spesso di conforto per i sopravissuti, peraltro già duramente provati. Da evitare, quindi, sepolture di massa, disinfezione di cadaveri o qualsiasi altra procedura diversa da quelle comuni. I cadaveri di un terremoto non sono pericolosi per nessuno: la putrefazione cadaverica non è sostenuta da germi patogeni per l’uomo.

 

Feriti

Le ferite da terremoto sono state ampiamente studiate anche a seguito di terremoti italiani come il Belice e l’Irpinia. Sono traumi contundenti spesso con fratture ossee e compressioni viscerali. Questi casi vanno trattati secondo la normale procedura sanitaria.

Le numerose testimonianze italiane dimostrano che nelle 48 ore successive a un terremoto i feriti riescono a essere sistemati in strutture sanitarie adeguate al loro trattamento.

La densità di presidi ospedalieri nel territorio italiano e la relativa facilità dei collegamenti permettono la dislocazione molto rapida di queste emergenze e quindi rendono inutili, anzi spesso inutilmente ingombranti, presidi specializzati come ospedali da campo con sedi chirurgiche. Tutt’al più, sono necessari ambulatori volanti di intermezzo che smistino i feriti ai presidi ospedalieri attrezzati più vicini.

 

Rischi per le popolazioni sfollate in locazioni temporanee

La sistemazione in campi di emergenza è abitualmente necessaria quando la popolazione dei senza tetto supera il migliaio di persone: oggi la Protezione civile, come già dimostrato in Abruzzo, è in grado di allestire campi attrezzati nel giro di poche ore con tende adatte a un’ospitalità temporanea degli sfollati. Questi campi sono dotati, normalmente, di un’adeguata fornitura di cibo e acqua. Tuttavia la presenza di molte persone in posizioni disagiate in spazi limitati richiama un allarme epidemico la cui percezione spesso sovrasta il rischio reale. La possibilità dell’innesco di un circuito oro-fecale che contamini acque e alimenti è oggi remota, ma senza dubbio merita speciale attenzione anche per rassicurare le popolazioni ospitate.

Grazie all’esperienza sviluppata sul teatro di numerosi disastri naturali, oggi si ricorre a un metodo efficace: la sorveglianza sindromica. In maniera tempestiva e quotidiana si rilevano sindromi acute come febbri, diarree, infezioni respiratorie, malattie esantematiche in grado di indicare l’eventuale insorgenza di focolai epidemici.

La trasmissione telefonica quotidiana da parte di ogni presidio locale è l’orecchio attento sul rischio infettivo del campo: con uno sforzo molto moderato si raggiunge così un buon livello di sicurezza sulla salute.

 

L’esposizione di popolazioni fragili come gli anziani e i bambini in alloggiamenti temporanei, oltre a provocare sicuri problemi sul piano psicologico, può incrementare patologie croniche già esistenti, così come la frequenza di piccoli traumi quotidiani. Questo giustifica la necessità di un presidio sanitario in ciascun campo.

 

Non vi sono motivazioni per operazioni di profilassi di massa quali vaccinazioni antitifiche o antitetaniche, tanto meno per l’assunzione di farmaci o screening microbiologici.

 

Rischi da interruzione degli ordinari programmi sanitari di prevenzione, diagnosi e terapia

Su 10.000 persone sfollate si calcolano almeno 3.000 anziani e circa 1.000 bambini. Ci si aspetta che la maggioranza degli anziani stia prendendo farmaci per diverse patologie (ipertensione, diabete, malattie osteoarticolari ecc): è normale che siano rimasti senza medicine e quindi è urgente il recupero delle informazioni terapeutiche per ciascuno di loro e l’immediato ripristino del programma terapeutico in corso.

 

Analogamente, per i bambini è fondamentale il recupero presso gli uffici della Asl della loro storia sanitaria in modo da garantire gli appuntamenti profilattici già programmati: prima di tutto le vaccinazioni, evitando, però, accuratamente la somministrazione indiscriminata di dosi vaccinali “profilattiche” che nulla hanno a che fare con la reale protezione di questa popolazione.

 

Il ripristino della continuità assistenziale diventa pesante quando, come nel caso de L’Aquila, crolla un presidio ospedaliero primario: oltre alla riallocazione dei pazienti che vi erano ricoverati (in Abruzzo, si è già provveduto), diventa urgente il recupero degli appuntamenti, delle liste di attesa, degli esami ongoing, insomma delle attività offerte alla popolazione da quell’ospedale.

 

Questa fase del recupero della continuità assistenziale ha visto in Italia belle e brutte esperienze: il tallone di Achille è sempre stato il coordinamento informativo. Infatti sul territorio sono rapidamente disponibili numerosi network sanitari (Cri, volontariato, Servizi sanitari locali ecc) che rischiano di attivare iniziative sanitarie senza comunicarsele l’un l’altro. Per questo. appare indispensabile un’unica regia della continuità assistenziale sotto il governo dell’autorità sanitaria locale che si avvalga in maniera personale e diretta della collaborazione dei medici curanti della popolazione colpita.

 

Rischi per gli operatori impegnati sul teatro delle operazioni

Un terremoto richiama una generosa risposta da parte delle istituzioni e anche dal mondo del volontariato: negli ultimi vent’anni sono stati fatti passi da gigante per instradare e organizzare in maniera efficace questi interventi nel post-terremoto. Tuttavia, permangono credenze sui rischi alla salute non confortate né da evidenza scientifica né dall’esperienza vissuta in altri terremoti nel nostro Paese.

 

I rischi per la salute degli operatori che intervengono sul teatro del terremoto non sono certamente quelli infettivi: nemmeno la presenza di carogne di animali rappresenta un rischio per la salute umana. Si tratta piuttosto di rischi legati all’attività fisica, alla possibilità di traumi e al rischio, spesso significativo, di inalazione di grandi quantità di polveri.

 

L’uso di guanti e mascherine chirurgiche semplici va considerato tutt’al più come un gradito strumento di pulizia individuale, ma certamente non è necessario né efficace per difendersi dai germi. L’uso di maschere che riducano l’inalazione di polveri è invece fortemente indicato per il personale esposto in questo tipo di operazioni. L’abitudine di tenere sulla faccia una mascherina chirurgica per lungo tempo oltre che essere completamente inutile si rivela spesso un elemento negativo nella relazione tra gli operatori e la popolazione da assistere.

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