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Istituto Superiore di Sanità
EpiCentro - L'epidemiologia per la sanità pubblica
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Vaccinazione anti-epatite B e cancro del fegato

Il virus dell’epatite B (Hbv) √® altamente oncogeno: √® questo un dato ormai assodato e confermato dalla letteratura scientifica internazionale. Uno dei primi studi sull’argomento √® stato condotto tra gli anni Settanta e Ottanta, a Taiwan. L’indagine (uno studio di coorte) ha stimato che i portatori di questo virus hanno una probabilit√† 200 volte maggiore di sviluppare un tumore al fegato rispetto ai soggetti non affetti dal Hbv (per approfondire, leggi l’articolo “Hepatocellular carcinoma and hepatitis B virus: a Prospective Study of 22 707 Men in Taiwan” pubblicato su The Lancet nel 1981). Questo rischio √® molto elevato soprattutto per i soggetti che contraggono l’infezione in et√† infantile o giovanile.

 

Il vaccino contro l’epatite B, il primo messo a punto contro il cancro, previene l’infezione e la sua cronicizzazione con il conseguente sviluppo di cirrosi ed epatocarcinoma. Le evidenze scientifiche riferiscono infatti che le persone vaccinate hanno una riduzione del 70% del rischio di cancro al fegato rispetto a quelle non vaccinate. Per questo motivo, la vaccinazione dei gruppi a rischio lanciata a livello globale negli anni Ottanta e l’introduzione negli anni Novanta della vaccinazione universale per i neonati e gli adolescenti rappresentano un vero spartiacque nel panorama della sanit√† pubblica. In particolare, in Paesi come il Sud Est asiatico o alcune zone dell’Africa (con un elevata incidenza di Hbv, malattie croniche del fegato e epatocarcinoma) √® diventata evidente l’importanza di promuovere vere e proprie campagne di vaccinazione di massa per i nuovi nati.

 

Una di queste iniziative √® stata condotta in Gambia, negli anni Ottanta, dall’Agenzia internazionale per lo studio dei tumori (Iarc) di Lione con il contributo economico dello Stato italiano e la consulenza scientifica dell’Istituto superiore di sanit√†.

 

La vaccinazione anti-epatite B in Italia

Nel nostro Paese, la vaccinazione contro il virus dell’epatite B ha visto due tappe fondamentali:

  • 1983: vaccinazione di gruppi ad alto rischio (tossicodipendenti, omosessuali, persone con pi√Ļ partner sessuali, operatori sanitari, conviventi di portatori del virus, figli di madri positive al virus, emodializzati, politrasfusi)
  • 1991: vaccinazione di neonati e adolescenti (gli adolescenti hanno ricevuto l’offerta di vaccinazione fino al 2003).

L’incidenza delle epatiti virali B √® diminuita progressivamente dai circa 2200 casi annuali della fine degli anni ’90 ai 778 del 2009. Sulla base dei dati del Seieva (Sistema epidemiologico integrato dell’epatite virale acuta), √® possibile fare una stima di quante infezioni da Hbv ci sarebbero state in pi√Ļ, tra il 1991 e il 2010, se non si fosse introdotta la vaccinazione universale. Quello che emerge √® che sono almeno 20 mila i casi di epatite B evitati in questi venti anni grazie all’immunizzazione. Di questi, 1400 sarebbero andati incontro a una epatite cronica che nel 25% dei casi avrebbe dato origine a epatocarcinoma: √® dunque di alcune centinaia la stima dei casi di epatocarcinoma che sono gi√† stati “risparmiati” grazie alla vaccinazione anti-epatite B.

 

Leggendo questi numeri, non bisogna per√≤ dimenticare che sono dati di minima, con un follow up a 20 anni. I reali vantaggi dell’introduzione della vaccinazione anti-epatite B in Italia come forma di misura preventiva nei confronti del cancro al fegato saranno visibili nei prossimi anni.

 

Data di creazione della pagina: 31 gennaio 2013

Revisione a cura di:Epidemiologia clinica e linee guida, Cnesps-Iss