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Convenzione sui diritti dell’infanzia, trent’anni e non sentirli

La Convenzione sui diritti dell’infanzia dell’ONU (United Nations Convention on the Rights of the Child, UnCRC) approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre1989, resta al momento il trattato sui diritti umani più ratificato nella storia (196 Paesi, ratifica dell’Italia il 27 maggio 1991, persiste la clamorosa eccezione degli Stati Uniti).

 

Per la prima volta, la Convenzione riconosce i bambini, le bambine e gli adolescenti quali titolari di diritti civili, sociali, politici, culturali ed economici inalienabili e li vuole attivamente partecipi di tutte le decisioni che li riguardano. I quattro principi generali e fondamentali della CRC sono:

  • principio di non discriminazione (art. 2) secondo il quale i diritti sanciti dalla CRC devono essere garantiti a tutti i minori, senza distinzione di appartenenza etnica, sesso, lingua, religione e a prescindere da ogni considerazione di opinione politica o altra del bambino o dei suoi genitori
  • principio dell’interesse superiore (best interest of the child, art. 3) l’interesse del bambino e dell’adolescente deve essere considerato in via prioritaria in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata e in ogni situazione critica
  • diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo (art. 6): i Paesi devono impegnare il massimo delle risorse disponibili per tutelare la vita e il sano sviluppo dei bambini e degli adolescenti, anche tramite la cooperazione tra Paesi
  • principio dell’ascolto del minore (art. 12): i bambini e gli adolescenti hanno il diritto a essere ascoltati in tutti i processi decisionali e gli adulti hanno il dovere tenerne in adeguata considerazione le opinioni da loro espresse.

I principi cardine del documento affondano le loro radici nella Dichiarazione dei Diritti del Bambino elaborata nel 1923 da Eglantyne Jebb, la donna che ha fondato Save the Children. Nel 1924 la Dichiarazione, sebbene all’epoca non vincolante per gli Stati, venne formalmente adottata dalla Società delle Nazioni.

 

Oltre al trentennale della CRC, l’anno che sta per concludersi ha visto un’altra importante ricorrenza, i cento anni di Save the Children. La più grande organizzazione indipendente che si batte nel mondo per i diritti dei bambini è nata infatti a Londra, nel maggio del 1919, su un obiettivo controverso e allo stesso tempo emblematico della sua missione. Cento anni fa, Eglantyne Jebb fondò infatti Save the Children per salvare i bambini austriaci e tedeschi che morivano di fame a causa dell’embargo alimentare imposto dalle potenze vincitrici della prima guerra mondiale. Una causa scomoda per un Paese come l’Inghiterra – Eglantyne Jebb venne arrestata e portata a processo - ma fondata sulla necessità di riconoscere i diritti di tutti i bambini, anche ai figli dei nemici.

 

Dopo molti anni dall’avvio di questo percorso di progressivo riconoscimento dei diritti dei bambini che ha portato, trent’anni fa, all’approvazione della CRC presso le Nazioni Unite, è utile riflettere sull’impatto che la Convenzione è riuscita effettivamente a produrre.  

 

Il bilancio non può che essere complesso, con luci ed ombre.

 

Sono innegabili gli enormi progressi ottenuti in termini di miglioramento delle condizioni di salute, dell’accesso alla scuola, della condizione delle bambine, con il limite che questi stessi progressi, rispetto alle legittime e auspicabili aspettative, segnano il passo quanto a rapidità e dimensioni, e sono caratterizzati da una considerevole variabilità nelle diverse aree del mondo che si traduce in disuguaglianze.

A livello globale, infatti, ogni anno ancora 5,5 milioni di bambini perdono la vita per malattie prevenibili e curabili, più di 150 milioni soffrono di malnutrizione cronica che pone le basi per traiettorie di salute sfavorevoli per tutti il corso della vita. E, sempre ogni anno, si registrano 12 milioni di nuovi casi di spose bambine. «Le guerre sono sempre guerre contro i bambini» ha detto proprio Eglantyne Jebb e le sue parole sono terribilmente attuali: oggi sono 350 milioni i bambini che vivono in aree di conflitto, come lo Yemen o la Siria, facendo esperienza di uno stato di guerra endemico e cronico, che prende di mira in modo sistematico la popolazione civile, colpisce scuole e ospedali, fa della fame una compagna di vita e nega il futuro all’infanzia.

 

Alla luce di queste situazioni di straordinaria sofferenza sorge spontaneo chiedersi se e quale sia stato il ruolo della CRC, se questo cammino di affermazione dei diritti dell’infanzia abbia effettivamente avuto un senso. Possono aiutarci a riflettere su questo punto le parole del giurista Stefano Rodotà: «I diritti parlano, sono lo specchio e la misura dell’ingiustizia e sono uno strumento per combatterla». Se l’approvazione della Convenzione dei diritti dell’infanzia da parte degli Stati non è riuscita, di fatto, a fare del mondo un luogo accogliente e rispettoso per tutti i bambini, la CRC continua a essere nel mondo uno strumento fondamentale per tutti coloro che si impegnano affinché i diritti vengano attuati. È la lente che ci consente di rileggere i servizi, le politiche, i provvedimenti “dalla parte” dei bambini e delle bambine. E’ quindi fondamentale diffondere la conoscenza della CRC e dei suoi principi, ancora oggi innovativi e attualissimi.

 

Proprio per far conoscere e utilizzare la Convenzione come strumento di lettura della realtà, in Italia è attivo il gruppo CRC (Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza) cui fanno parte oltre 90 organizzazioni tra le quali Save the Children, che si propone di tenere sotto osservazione lo stato dei diritti nel nostro Paese. Due gli obiettivi: effettuare un monitoraggio (analisi della prassi, delle politiche per l’infanzia e della legislazione in vigore o in corso di attuazione, a livello nazionale e locale) indipendente, permanente, condiviso ed aggiornato sull’applicazione della CRC e realizzare azioni di advocacy (attività di confronto con le istituzioni e di sensibilizzazione dell’opinione pubblica). Il consueto monitoraggio annuale della realtà italiana è stato effettuato quest’anno con un’analisi su base regionale. Un’analisi essenziale, quest’ultima, in un Paese come l’Italia che registra fortissime diseguaglianze territoriali, anche in ambiti di eccellenza, come il sistema sanitario nazionale e l’assistenza neonatale e perinatale. Diseguaglianze di opportunità di crescita, se si considera che nel nostro Paese vi sono 1 milione e 300mila i bambini sotto la soglia della povertà assoluta. E spesso la povertà materiale si traduce, per i bambini, in povertà educativa ed impossibilità di costruire liberamente il loro futuro.

 

Parlando di futuro, è assai importante mettere in relazione la CRC con gli obiettivi della Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile (Sustainable Development Goals, Sdg). Tenendo sullo sfondo i principi della CRC, l’Agenda offre l’opportunità di declinarli in obiettivi raggiungibili e soprattutto fornisce indicatori per misurarne l’applicazione. Interessante, a questo proposito, l’attività sviluppata dall’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (Asvis) che raccoglie oltre 220 tra le più importanti istituzioni e reti della società civile. Dall’incontro tra i principi della CRC e gli obiettivi dell’Agenda 2030 può nascere una nuova piattaforma di impegno per i diritti dei più piccoli, per fare del trentennale della CRC non una ricorrenza tra le tante, ma un’occasione per attualizzare e riaffermare i diritti di tutti i bambini, senza distinzione alcuna. Perché, come diceva Eglantyne Jebb, «L’umanità deve mettere a disposizione dei bambini il meglio di quanto possiede».  

 

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Data di creazione della pagina: 19 dicembre 2019

Autrice:Raffaela Milano, Save the Children, Direttore Programmi Europa – Italia