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Istituto Superiore di Sanità
EpiCentro - L'epidemiologia per la sanità pubblica
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Attività fisica e salute: adulti

Valentina Minardi, Benedetta Contoli, Maria Masocco - Iss

 

24 maggio 2018 – Molti e indiscutibili sono i benefici che può dare una vita fisicamente attiva: muoversi è una delle chiavi per prendersi cura di sé, un modo per migliorare, sin da subito, la qualità della propria vita.

L’esercizio è anche uno degli strumenti migliori per prevenire e curare molte patologie. In particolare il contrasto alle malattie croniche non trasmissibili, che è al centro della strategia universale che da diversi anni l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e molti Paesi membri (compresa l’Italia) stanno realizzando, comporta piani e programmi di prevenzione e di promozione della salute attraverso la promozione di una vita sana e attiva.

 

I benefici dell’attività fisica

L’attività fisica regolare riduce la mortalità per tutte le cause e quella correlata a patologie cardiovascolari del 20-30% in una modalità dose-dipendente nella popolazione generale, ma anche in persone con fattori di rischio coronarici e nei cardiopatici. Essere attivi (a un livello pari o superiore al minimo raccomandato di 150 minuti di camminata veloce alla settimana) è risultato associato a un guadagno globale come aspettativa di vita di 3,4-4,5 anni.

 

L’esercizio fisico costante ha inoltre un effetto protettivo diretto sullo sviluppo delle lesioni aterosclerotiche e un effetto indiretto favorevole su altri fattori di rischio cardiovascolare (profilo lipidico, sensibilità all’insulina, massa grassa e pressione arteriosa), mentre la sedentarietà agisce invece con una tendenza opposta.

 

La protezione cardiovascolare si manifesta anche quando si instaura una malattia cardiaca, comprese forme lievi-moderate di scompenso. Inoltre, dopo un evento cardiovascolare acuto, la pratica dell’attività fisica consente un recupero più rapido, con ripresa delle normali attività, compresa quella lavorativa.

 

Diversi studi e metanalisi hanno stabilito che la sedentarietà rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo del diabete mellito di tipo 2, una condizione che preoccupa non solo per la costante crescita ma anche per la tendenza all’anticipo sempre più marcato dell’età di insorgenza. Si stima che il rischio di sviluppare diabete mellito di tipo 2 aumenta del 20% per ogni 2 ore aggiuntive quotidiane in cui si guarda la TV. È provato invece un effetto preventivo dell’attività fisica, moderata o vigorosa ma costante, con una riduzione del 30% del rischio di comparsa del diabete per i soggetti attivi rispetto a quelli sedentari.

 

Esiste una relazione diretta tra livelli di attività fisica e predisposizione a sovrappeso e obesità. La combinazione di un IMC (≥25 kg/m²) con la sedentarietà (≤3,5 ore di attività fisica alla settimana) è responsabile del 59% delle morti premature cardiovascolari. Un’attività fisica costante, anche moderata, consente di mantenere un peso stabile. Nei soggetti già in sovrappeso l’attività fisica e l’esercizio moderato, in associazione a stili di vita corretti e in particolare a un’adeguata alimentazione, favoriscono un calo ponderale.

 

La presenza di sovrappeso/obesità predispone inoltre alla compromissione funzionale della mobilità. È sufficiente un aumento del 5% dell’IMC perché si determinino limitazioni della mobilità della parte inferiore del corpo, con ricadute sulle attività della vita quotidiana e lavorativa. La partecipazione a programmi di attività fisica è utile per mantenerne la funzionalità e rallentare il fisiologico declino dipendente dall’età dell’apparato muscolo-scheletrico, processo che conduce a forme degenerative di tipo artrosico, nonché ad una perdita prevalente della forza e dell’elasticità.

 

Un livello medio-alto di attività fisica è inoltre utile per prevenire l’osteoporosi, soprattutto negli anziani e nelle donne in menopausa. La semplice camminata da sola, tuttavia, determina effetti limitati o addirittura assenti sull’ottimizzazione della salute e della funzionalità osteomuscolare, mentre sembrano essere più efficaci programmi di attività fisica più strutturati, con esercizi volti anche a migliorare l’equilibrio e la mobilità.

Secondo stime del World Cancer Research Fund, il 20-25% dei casi di tumore sarebbe attribuibile a un bilancio energetico 'troppo' ricco, in pratica all’alimentazione eccessiva e alla sedentarietà, e l’attività fisica sembrerebbe pertanto associata ad una riduzione del rischio oncologico complessivo.

 

I vantaggi legati all’attività fisica si traducono in benefici psicologici e nelle relazioni sociali, come l’incremento dell’autostima e della qualità della vita e una migliore immagine di sé, specie nel sesso femminile.

I benefici psicosociali sono maggiormente evidenti quando vengono praticati sport di squadra rispetto a forme individuali di attività fisica. Di particolare importanza sembra essere la possibilità di scegliere la modalità di pratica dell’attività fisica che si preferisce in quanto la componente di divertimento, la passione e la motivazione intrinseca a partecipare contribuirebbero al miglioramento della salute.

 

I benefici psicologici dell’attività fisica sono osservabili in termini di prevenzione dei disturbi psichici, dall’ansia agli attacchi di panico, dalla depressione a varie dipendenze, dallo stress alla solitudine.

 

Quale attività fisica?

I livelli di attività fisica utile per il mantenimento di uno stato di salute buono e per il controllo del peso corporeo sono definiti dall’Oms.

 

Per ottenere vantaggi per la salute nell’adulto (18-64 anni) l’attività fisica dovrebbe essere praticata nell’arco della settimana per almeno 150 minuti complessivamente con intensità moderata (in media 30 minuti per 5 giorni la settimana) ovvero per almeno 75 minuti complessivamente con intensità più elevata (in media 15 minuti per 5 giorni la settimana) o ancora con una combinazione equivalente di attività di intensità moderata ed elevata. L’attività aerobica deve essere effettuata in frazioni di almeno 10 minuti continuativi per ottenere un vantaggio metabolico significativo. Raddoppiando il tempo settimanale raccomandato (300 minuti di attività moderata ovvero 150 minuti di attività intensa o ancora una combinazione equivalente) si raggiungono benefici aggiuntivi. È inoltre indicata almeno 2 giorni alla settimana un’attività di rafforzamento dei gruppi muscolari maggiori.

 

Anche se per mantenersi in salute e prevenire le malattie croniche è sufficiente praticare regolarmente un’attività di intensità moderata, un’attività intensa può essere gradita ad alcune persone e ha un’efficacia anche maggiore, ma va riservata alle persone adeguatamente allenate evitando in particolare che lo sforzo intenso sia praticato sporadicamente perché incrementa il rischio di incidenti cardiovascolari. Viceversa l’attività fisica a intensità leggera ha solo una modesta efficacia preventiva e non è consigliabile se non nelle fasi iniziali di “allenamento” nei soggetti sedentari, obesi o molto anziani nell’ottica di un incremento molto graduale dei tempi e dell’intensità.

 

Nella popolazione adulta, come in tutte le fasce di età, praticare attività fisica dipende da molteplici fattori individuali e collettivi. Tra i primi rientrano il grado di motivazione, la consapevolezza dei benefici, la disposizione psicologica più o meno favorevole alla pratica, la convinzione di non avere tempo libero da dedicare all’esercizio (idea spesso più percepita che reale). Tra i più forti condizionamenti sociali, vi è lo stile di vita sedentario, risultato del mutare delle modalità lavorative di larghi strati della popolazione, delle caratteristiche dell’ambiente urbano. Altri fattori sociali significativi sono il grado di educazione e il reddito. Una difficile situazione socio-economica si traduce generalmente in uno svantaggio riconducibile alla minore disponibilità di tempo libero, al minor accesso alle strutture dedicate e alle poche opportunità di attività fisica, alla percezione dello sport come un lusso e non come una necessità. Alcune categorie come le donne, i disabili, le famiglie con gravi difficoltà socio-economiche, i migranti e le minoranze etniche sono particolarmente a rischio di non raggiungere adeguati livelli di attività fisica e meritano quindi una maggiore attenzione in termini di intervento di promozione dell’attività fisica e, più generalmente, di uno stile di vita salutare.

 

Cosa ci dicono i dati su attività fisica e sedentarietà?

Il sistemi di sorveglianza Passi (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia) promosso e finanziato dal ministero della Salute/Ccm e coordinato dall’Iss in collaborazione con le Regioni, dal 2008 raccoglie informazioni sullo stato di salute e sui comportamenti ad essa connessi della popolazione adulta italiana (18-69 anni).

 

Le domande sull’attività fisica di Passi sono state adattate dal Behavioral Risk Factor Surveillance System (Brfss) - physical activity module dei Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) di Atlanta. Gli aspetti indagati comprendono: frequenza, durata, intensità, attività fisica al lavoro, autopercezione del livello di attività fisica, interesse e consigli da parte di medici e altri operatori sanitari.

 

I dati raccolti permettono la classificazione della popolazione per attività fisica facendo riferimento sia all’attività fisica svolta in ambito lavorativo sia quella svolta nel tempo libero nei trenta giorni precedenti l’intervista, in funzione di frequenza durata e intensità. Così in Passi si definiscono:

  • persone “fisicamente attive” coloro che svolgono un lavoro pesante che richiede un notevole sforzo fisico (es. manovale, muratore, agricoltore) e/o abbiano svolto nei 30 giorni precedenti l’intervista almeno 30 minuti di attività moderata per almeno 5 giorni alla settimana e/o un’attività attività intensa per più di 20 minuti per almeno 3 giorni settimanali
  • persone “parzialmente attive” coloro che non svolgono un lavoro pesante dal punto di vista fisico, ma fanno attività fisica nel tempo libero, senza però raggiungere i livelli sopra citati (almeno 30 minuti per almeno 5 giorni a settimana di attività moderata e/o almeno 20 minuti per almeno 3 giorni a settimana di attività intensa)
  • perpersone “sedentarie” coloro che non svolgono un lavoro pesante e che, nel tempo libero, non svolgono alcuna attività fisica moderata né intensa.

A partire da queste definizioni, secondo i dati Passi 2014-2017 (su oltre 135 mila interviste), il 31,7% degli adulti residenti in Italia può essere classificato come fisicamente attivo, il 34,7% parzialmente attivo e il restante 33,6% sedentario. La sedentarietà cresce con l'età (è pari al 37,9% fra i 50-69enni), è maggiore fra le donne rispetto agli uomini (35,4% vs 31,7%), fra le persone con uno status socio-economico più svantaggiato per difficoltà economiche (44,9% fra chi dichiara di avere molte difficoltà economiche vs 26,7% di chi dichiara di non averne) o per basso livello di istruzione (48,2% fra le persone con al più la licenza elementare vs 25,4% nei laureati) ed è maggiore fra i cittadini italiani rispetto agli stranieri (33,6% vs 35,6%). La sedentarietà è inoltre associata a un cattivo stato di salute mentale.

 

Il gradiente geografico della sedentarietà è netto e divide l’Italia in due: nelle Regioni centro meridionali la prevalenza di sedentari è significativamente più elevata rispetto a quanto si osserva nelle Regioni settentrionali, con un range di valori che vanno dal 65,8% della Basilicata all’11,6% della Provincia Autonoma di Bolzano. Le variazioni temporali su 10 anni di osservazione, descrivono una quota di sedentari in aumento in tutto il Paese, e in particolare nel Sud Italia, contribuendo ad ampliare il gap geografico.

 

Non sempre la percezione soggettiva del livello di attività fisica praticata corrisponde a quella effettivamente svolta: 1 su 2 degli adulti parzialmente attivi e 1 su 5 adulti sedentari percepiscono il proprio livello di attività fisica come sufficiente.

 

L'attenzione degli operatori sanitari al problema della scarsa attività fisica appare troppo bassa (e senza alcun segno di incremento nel tempo, anzi in riduzione al Nord), anche nei confronti di persone in eccesso ponderale o con patologie croniche: quasi 3 intervistati su 10 riferiscono di aver ricevuto il consiglio dal medico o da un operatore sanitario di fare regolare attività fisica; fra le persone in eccesso ponderale questa quota non raggiunge il 40% e fra le persone con patologie croniche è appena poco sopra il 45%.

 

Secondo le attuali indicazioni Oms sui livelli minimi di attività fisica, indicate per gli adulti come utili ad avere vantaggi per la salute (almeno 150 minuti complessivi settimanali di attività moderata o almeno 75 minuti complessivi settimanali di attività intensa, per sezioni continuative non inferiori ai 10 minuti, o una combinazione equivalente di attività moderata e elevata) i dati Passi nel quadriennio 2014-2017 forniscono una stima di persone fisicamente attive pari al 49%, parzialmente attive pari al 22,3% e sedentarie pari al 28,1%.

 

La lettura dei dati Passi in termini aderenti alla definizione dei livelli minimi di attività fisica raccomandati dall’Oms individua una quota maggiore di persone definibili “fisicamente attive” (rispetto all’indicatore storico usato dal 2008), ma conferma le differenze per genere, età, caratteristiche socio-demografiche e distribuzione geografica da sempre evidenziate.

 

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